F-35B a Pantelleria: la portaerei di pietra torna operativa

Dal 20 al 24 aprile 2026, due F-35B del 32° Stormo di Amendola si sono rischierati presso il Distaccamento Aeroportuale di Pantelleria, trasformando l’isola in una Forward Operating Base per operazioni avanzate. In sé, la notizia potrebbe rientrare nella routine della nostra Aeronautica Militare; nella sua sostanza, rappresenta un salto qualitativo preciso nel processo di sviluppo della capacità air expeditionary dell’AMI, e si inserisce in una geometria strategica che non ha mai smesso di essere rilevante dal 1936 a oggi.

Non un transito: un rischieramento completo

Le precedenti attività del 32° Stormo sull’isola seguivano uno schema consolidato: un singolo F-35B decollava da Amendola, atterrava a Pantelleria per un hot pit refuelling e ripartiva immediatamente per completare la missione. Questa volta la struttura dell’operazione è stata radicalmente diversa. Una nutrita squadra di tecnici e specialisti del 32° Stormo è stata proiettata in loco con strumentazione al seguito, garantendo autonomia manutentiva completa e attività di pre e post volo direttamente sulla base distaccata. La 46^ Brigata Aerea di Pisa ha contribuito con un C-130J per il supporto logistico aereo; gli Eurofighter del 37° Stormo, operanti da Trapani-Birgi, hanno partecipato a missioni di integrazione con i due caccia STOVL.

L’obiettivo dichiarato è lo sviluppo della capacità expeditionary del sistema d’arma: la possibilità, cioè, di proiettare l’F-35B su basi cosiddette bare o austere, con infrastrutture ridotte rispetto alla home base, mantenendo piena espressione operativa. Pantelleria, con la sua pista principale di circa 1.300 metri e le sue strutture ereditate dalla Seconda guerra mondiale, rientra esattamente in questa categoria; ed è precisamente per questo che è stata scelta.

“il famoso” hangar nella montagna

Chi conosce Pantelleria conosce l’Hangar Nervi (che forse di Nervi non è ndr.): una galleria pseudoipogea a volta parabolica in cemento armato, lunga 340 metri e larga 26, ricavata all’interno di una collina nella località Margana, progettata dall’ingegnere Pier Luigi Nervi e costruita a partire dalla seconda metà degli anni Trenta. Al momento della sua realizzazione era la struttura sotterranea per aeromobili più grande e tecnicamente ardita costruita da qualsiasi nazione al mondo; poteva ospitare oltre 80 velivoli, era concepita per resistere a bombardamenti diretti e disponeva originariamente di due livelli, con argani al piano superiore per sollevare i velivoli dalla galleria alla quota operativa.

Quella struttura non fu mai distrutta. Oggi il piano superiore ospita sale briefing, meteorologia e alloggi; il livello inferiore rimane base operativa attiva del Distaccamento Aeroportuale, alle dipendenze del 37° Stormo di Trapani-Birgi. È all’interno di quell’hangar che gli F-35B del 32° Stormo hanno trovato ricovero e supporto tecnico durante i cinque giorni di rischieramento di aprile.

La portaerei di Mussolini, la spina di Churchill

Per comprendere perché Pantelleria sia ancora oggi un nodo operativo, bisogna tornare al 1936. Benito Mussolini, proclamato l’Impero d’Etiopia, diede avvio allo stesso anno a un piano di trasformazione sistematica dell’isola: campo d’aviazione, strada perimetrale di collegamento tra le postazioni di difesa costiera, strutture logistiche distribuite sull’intera superficie. Il progetto aveva un nome esplicito nei documenti del regime: fare di Pantelleria una grande portaerei ancorata al centro del Canale di Sicilia. La Royal Air Force britannica, che tra il 1936 e il 1938 documentava metodicamente l’avanzamento dei lavori dall’alto, classificò subito Pantelleria come base militare antagonista al presidio aeronavale inglese di Malta e a quello francese di Biserta.

Winston Churchill la definì una spina nel fianco: 70 chilometri dalla Tunisia, 110 dalla Sicilia, con la sua posizione capace di controllare il passaggio tra il bacino occidentale e quello orientale del Mediterraneo. Tra il 18 maggio e l’11 giugno 1943, gli Alleati condussero la cosiddetta Operazione Corkscrew, il più massiccio bombardamento aereo mai condotto su un singolo obiettivo fino a quel momento nella storia della guerra: oltre 14.000 tonnellate di bombe in meno di un mese. La guarnigione italiana resistette fino alla resa, che avvenne l’11 giugno senza sbarco di terra; Pantelleria fu il primo territorio italiano a capitolare nella Seconda guerra mondiale. Le vittime furono 44 (39 militari e 5 civili) su una guarnigione di oltre 11.000 uomini: un bilancio contenuto in modo straordinario rispetto all’intensità dei raid, reso possibile in larga misura dall’Hangar Nervi, che aveva funzionato come rifugio collettivo.

Furono gli stessi americani a ripristinare l’aeroporto nel dopoguerra, dotandolo delle due piste ancora operative oggi.

La geometria non cambia

Quella posizione geografica non ha perso significato. Pantelleria si trova al centro esatto del Canale di Sicilia, il collo di bottiglia attraverso cui transita la quasi totalità del traffico marittimo tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale: rotte energetiche, rotte commerciali, rotte militari. Oggi il Distaccamento Aeroportuale ospita strutture NATO dedicate alle telecomunicazioni e installazioni radar per il monitoraggio del traffico marittimo e aereo nell’area; la sua catena di comando è inserita nel sistema più ampio che comprende Sigonella, Trapani-Birgi e la base navale di Augusta.

Il dato più recente che misura concretamente questa rilevanza è del marzo 2024: tre unità della marina russa, tra cui due navi da sbarco anfibie della classe Ivan Gren capaci di trasportare e far sbarcare veicoli corazzati, hanno manovrato al largo di Pantelleria nel Canale di Sicilia, segnalate inizialmente a 223 chilometri a est di Malta. Quella formazione non era in transito verso nessun porto amico nella regione; la sua presenza nel tratto di mare più sorvegliato del fianco sud della NATO era una dimostrazione di proiezione deliberata.

Cosa cambia con l’F-35B

L’F-35B porta alla questione una variabile che le generazioni precedenti di caccia non avevano: la capacità STOVL consente di operare da piste corte e da superfici che non sarebbero mai state considerate idonee per un velivolo da combattimento convenzionale. Pantelleria ha 1.300 metri di pista principale; per un F-16 o un Tornado sarebbe già un limite significativo, per un F-35B in configurazione operativa è sufficiente. L’isola smette di essere un punto di transito o una postazione radar e torna a essere, ottant’anni dopo Mussolini, quello che era nel progetto originale: un avamposto aereo capace di proiettare potenza verso il cuore del Mediterraneo centrale.

Il rischieramento di aprile ha testato non solo il velivolo, ma l’intera filiera organizzativa che rende possibile quella proiezione: la pianificazione logistica, il trasporto del materiale via C-130J, la manutenzione in autonomia, il coordinamento con gli assetti del 37° Stormo. È un esercizio di sistema, non una dimostrazione di volo. E il fatto che si sia svolto nell’hangar che Pier Luigi Nervi costruì per resistere alle bombe della Seconda guerra mondiale dice qualcosa sull’arco lungo di certe geografie.

The Flying Guru

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