Adesso è la volta del NOAA-15. Gli Stati Uniti stanno disattivando, uno alla volta, i satelliti che per decenni hanno fornito dati essenziali per l’osservazione del pianeta. Alcuni perché ormai obsoleti. Altri, come nel caso dell’OCO-2, per scelta politica. Il risultato è lo stesso: meno dati, meno capacità di previsione, meno trasparenza. In un momento storico in cui la crisi climatica richiede strumenti solidi e continui di monitoraggio, questa ritirata lascia un vuoto operativo e scientifico che rischia di diventare permanente.
NOAA‑15: fine di un pilastro meteorologico
Tra il 12 e il 18 agosto 2025 è stato spento definitivamente NOAA‑15, uno degli ultimi satelliti attivi della storica costellazione POES (Polar Operational Environmental Satellites), gestita dalla NOAA statunitense. Era stato lanciato nel 1998 e avrebbe dovuto essere ritirato prima, ma la sua longevità operativa lo aveva reso ancora rilevante per la raccolta di dati meteorologici: temperatura atmosferica, umidità, copertura nuvolosa, radiazione, stato dei mari.
Il NOAA‑15 lavorava in orbita polare e contribuiva in modo determinante alla generazione di previsioni meteorologiche affidabili, in particolare per l’emisfero boreale. I suoi dati erano utilizzati anche per la gestione delle emergenze climatiche, come uragani, tempeste, incendi e inondazioni. In assenza di coperture satellitari ridondanti, il suo ritiro ha creato una discontinuità nella catena di osservazione.

Nonostante l’avvio del sistema JPSS (Joint Polar Satellite System), non esiste al momento una piena sostituzione operativa del ruolo svolto da NOAA‑15. La chiusura della costellazione POES (insieme a NOAA‑18 e NOAA‑19, anch’essi ritirati nell’estate 2025) segna la fine di un ciclo tecnologico lungo 45 anni. Ma il ritiro, in questo caso, non è stato accompagnato da una transizione fluida: alcuni strumenti sono ancora in fase di test, altri forniscono solo dati parziali.
Come ha evidenziato anche il Guardian, la perdita di questa capacità potrebbe portare indietro di decenni l’affidabilità delle previsioni sugli uragani. E, più in generale, ridurre la qualità dei modelli climatici e delle previsioni stagionali, aggravando l’incertezza in un’epoca in cui fenomeni estremi sono sempre più frequenti.
OCO‑2: una chiusura politica
Discorso diverso ma collegato riguarda il satellite NASA OCO‑2, ancora pienamente operativo ma destinato alla disattivazione su ordine dell’amministrazione Trump. A differenza di NOAA‑15, OCO‑2 non ha problemi tecnici. È stato lanciato nel 2014 per misurare le concentrazioni globali di CO₂ e i flussi di carbonio nell’atmosfera terrestre. Fornisce anche dati utili all’agricoltura, rilevando la fluorescenza clorofilliana delle piante.
La chiusura, se confermata, sarà una scelta esclusivamente politica, formalizzata nella proposta di bilancio federale per il 2026. Anche in questo caso si interromperebbe una serie storica di dati unica, senza sostituti immediati.
Che si tratti di obsolescenza tecnica o di decisione politica, la tendenza è chiara: gli Stati Uniti stanno gradualmente riducendo la loro infrastruttura di osservazione ambientale. E lo stanno facendo nel silenzio, senza pianificazione trasparente e senza sostituzioni adeguate.
Nel caso di NOAA‑15, le conseguenze sono operative: previsioni meno precise, meno dati per allerta meteo e gestione delle crisi. Nel caso di OCO‑2, le conseguenze sono strategiche: senza quel satellite, sarà più difficile verificare in modo indipendente le emissioni nazionali e i bilanci del carbonio.
In entrambi i casi, la comunità scientifica perde strumenti che garantivano continuità e affidabilità. E l’opinione pubblica perde l’accesso a dati oggettivi su cui basare politiche, scelte e consapevolezza.
The Flying Guru
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