Il segreto peggiore del Medio Oriente: il programma nucleare israeliano

Nel cuore del deserto del Negev, mimetizzato sotto il sole e il silenzio, sorge uno dei luoghi più sorvegliati e meno discussi del mondo: il centro nucleare di Dimona.

Nel cuore del deserto del Negev, mimetizzato sotto il sole e il silenzio, sorge uno dei luoghi più sorvegliati e meno discussi del mondo: il centro nucleare di Dimona. Nonostante le sue torri bianche e le strutture basse non compaiano nelle mappe ufficiali, è da qui che Israele avrebbe costruito, in decenni di silenzio e ambiguità strategica, uno degli arsenali nucleari più sofisticati al di fuori del sistema di controllo internazionale.

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La storia del programma nucleare israeliano è un intreccio di alleanze, omissioni e operazioni clandestine. Già alla fine degli anni Cinquanta, Tel Aviv aveva stretto accordi segreti con la Francia per la costruzione di un reattore nucleare ad alto potenziale militare. In cambio del supporto israeliano durante la crisi di Suez del 1956, Parigi si impegnò a fornire tecnologia, assistenza ingegneristica e know-how per realizzare un impianto “di ricerca” a circa 13 km a sud-est di Dimona. Ma dietro la facciata scientifica, si celava un programma chiaramente finalizzato alla produzione di plutonio per armamenti.

Quando gli Stati Uniti iniziarono a sospettare le reali intenzioni israeliane, chiesero di ispezionare l’impianto. Israele acconsentì, ma solo a condizioni che ne vanificavano l’efficacia: gli ispettori americani venivano avvisati con settimane di anticipo, le visite erano guidate e alcune aree venivano nascoste o rese inaccessibili tramite pareti temporanee. In una di queste visite, gli americani non trovarono tracce di un secondo livello nel reattore. Ma anni dopo, i documenti desecretati dimostrarono che sotto l’impianto principale vi era un vero e proprio impianto di riprocessamento del combustibile esausto, capace di separare plutonio di qualità militare.

Nel 1969, con l’avvento della presidenza Nixon, gli Stati Uniti decisero di interrompere le ispezioni. L’amministrazione statunitense riconobbe ufficiosamente lo status nucleare di Israele, accettando una “politica dell’ambiguità” in cui il paese si impegnava a non dichiarare pubblicamente di possedere armi nucleari, né a condurre test, in cambio del silenzio americano. Una prassi che ha resistito fino a oggi.

Ma se molte delle informazioni circolate fino a quel momento erano frutto di sospetti e ricostruzioni indirette, il primo squarcio concreto sul programma nucleare israeliano arrivò solo nel 1986, quando un ex tecnico, Mordechai Vanunu, decise di parlare. Dopo aver lavorato per nove anni presso il sito noto come Machon 2: un’installazione sotterranea ultra-segreta dedicata alla produzione di plutonio e all’assemblaggio delle componenti nucleari.

Vanunu fu licenziato a causa delle sue posizioni politiche sempre più vicine ai movimenti filo-palestinesi. Approfittando di gravi falle nella sicurezza interna, riuscì a fotografare decine di aree sensibili del sito prima di lasciare il paese.

Le immagini (oltre sessanta) mostravano per la prima volta l’organizzazione interna del complesso, il numero delle celle di riprocessamento attive, e l’esistenza di tecnologie avanzate come dispositivi per la miniaturizzazione delle testate. Vanunu consegnò tutto al Sunday Times di Londra, che pubblicò un’inchiesta esplosiva con analisi tecniche curate da esperti del settore. Per la prima volta, il mondo ebbe una descrizione dettagliata e visiva del programma nucleare israeliano.

Revealed: The Secrets of Israel's Nuclear Arsenal

Il Mossad lo attirò con un’esca sentimentale in Italia e lo rapì a Roma, conducendolo in Israele dove fu processato a porte chiuse per tradimento e spionaggio. Condannato a diciotto anni di carcere, Vanunu trascorse undici anni in isolamento totale. Ancora oggi vive in Israele sotto restrizioni severissime, sorvegliato costantemente e impossibilitato a lasciare il paese.

C’è un bel libro di Ivan Maffei che descrive tutta questa storia: Mordechai Vanunu. Prigioniero di Israele.

Secondo diverse stime, Israele avrebbe oggi tra le 80 e le 400 testate nucleari. L’incertezza è dovuta al totale isolamento del programma dai circuiti di monitoraggio dell’AIEA. Israele non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e non ammette ufficialmente il possesso di armi atomiche, mantenendo una dottrina di “opacità deliberata” (strategic opacity). Una scelta che, secondo i vertici politici e militari, consente di mantenere la deterrenza senza innescare una corsa agli armamenti tra i vicini regionali.

Oltre a Dimona, il sistema nucleare israeliano si articolerebbe su più livelli. Le testate sarebbero montate su missili Jericho III, capaci di colpire bersagli a oltre 5.000 chilometri, e su ordigni trasportabili da aerei come gli F-15I e gli F-35I Adir. Alcune fonti, come il Bulletin of Atomic Scientists, sostengono che Israele abbia anche integrato la componente navale con i sottomarini della classe Dolphin, acquistati dalla Germania e modificati per il lancio di missili da crociera a testata nucleare, garantendo così la cosiddetta “triade” nucleare: terrestre, aerea e marittima, che caratterizza le potenze atomiche consolidate.

Il programma israeliano ha avuto anche una dimensione preventiva. Nel 1981, Israele bombardò il reattore iracheno di Osirak (operazione Babilonia מבצע אופרה) per impedirne l’attivazione, e nel 2007 colpì un impianto sospetto in Siria. A livello più silenzioso, ma non meno efficace, lo Stato ebraico ha portato avanti azioni di sabotaggio e assassinio mirato di scienziati coinvolti nei programmi nucleari iraniani, in un’ottica di deterrenza anticipata che rientra nella cosiddetta “dottrina Begin”.

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Ma oggi questa dottrina si manifesta in tempo reale, con una rapida escalation tra Tel Aviv e Teheran. Dal 12 giugno Israele ha intensificato i suoi attacchi aerei su obiettivi iraniani, soprattutto nella parte occidentale del Paese, degradando la capacità iraniana di condurre attacchi dalla regione.

Il 13 giugno è cominciata un’operazione su larga scala, chiamata da Israele “Operation Rising Lion” che ha coinvolto oltre 200 aerei da combattimento e droni col supporto del Mossad, colpendo circa 100 siti militari e nucleari in Iran, tra cui Natanz, Isfahan, Arak e depositi di missili.

Il ruolo del Mossad (il servizio segreto esterno) è stato determinante: prima degli attacchi aerei, i suoi agenti sono penetrati in profondità nel territorio iraniano con droni esplosivi per neutralizzare sistemi di difesa aerea e lanciamissili, facilitando così la campagna aerea e riducendo le capacità di reazione di Teheran .

L’Iran ha risposto con una poderosa ondata missilistica, lanciando circa 350 razzi balistici verso Israele . Alcuni missili hanno colpito aree densamente abitate di Tel Aviv, Be’er Sheva, Hifa e anche strutture sanitarie, tra cui l’ospedale Soroka, con effetti tragici: decine di vittime civili sul suolo israeliano e centinaia in Iran.

La tensione è salita al punto che gli Stati Uniti hanno schierato numerosi assetti nell’area, da aerocisterne a bombardieri, una preparazione ad un possibile coinvolgimento diretto degli USA .

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Questa escalation segnala una svolta grave nella strategia di deterrenza israeliana: da “opzionale preventiva” a un’escalation bellica totale con il rischio concreto di trascinare l’intera regione in un conflitto su vasta scala.

E così il sito di Dimona, già oggetto di nuove analisi satellitari che hanno rivelato un’intensa attività di scavi e ampliamenti, visibili dal 2019, è diventato in questi giorni una delle infrastrutture più protette al mondo.

Quindi pur nel completo silenzio istituzionale, Israele ha fatto della deterrenza nucleare un pilastro implicito della propria sicurezza strategica.

Una presenza muta ma costante, che orienta le scelte geopolitiche regionali, limita le ambizioni degli avversari e impone un equilibrio fondato più sulla percezione che sulla prova.

È un equilibrio instabile. Ma è ciò che, da quasi sessant’anni, ha protetto Israele da uno scenario di guerra totale.

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