La ultra low cost americana ha raggiunto un accordo con i creditori che dovrebbe consentirle di uscire dalla bancarotta entro la fine della primavera o l’inizio dell’estate. La holding era entrata in Chapter 11 (per la seconda volta) nell’agosto scorso, schiacciata da debiti, leasing onerosi e perdite crescenti.
Il piano è drastico: Spirit emergerà come una compagnia più piccola, con meno aeromobili in leasing costoso e una rete concentrata solo sulle rotte e sui periodi più redditizi. L’obiettivo è massimizzare l’utilizzo degli Airbus rimasti, volando soprattutto nei giorni di picco e riducendo l’offerta nelle fasi di domanda debole.
La ristrutturazione taglierebbe il peso complessivo tra debiti e leasing da circa 7,4 miliardi di dollari a poco più di 2 miliardi. Una cura dimagrante necessaria per evitare la liquidazione, che avrebbe cancellato la principale compagnia aerea del Sud della Florida.
Ma il cambiamento non riguarda solo i conti. Spirit vuole evolversi oltre il modello ultra spartano introducendo più posti premium, una “Spirit First”, una Premium Economy e programmi fedeltà rafforzati, pur mantenendo tariffe base aggressive.
Le difficoltà della compagnia riflettono un problema più ampio: il mercato statunitense è saturo di posti a basso costo, con i grandi vettori tradizionali che competono direttamente sulle stesse rotte leisure comprimendo i margini delle low cost pure.
Se il piano funzionerà, Spirit potrebbe tornare appetibile anche per future acquisizioni. Se fallirà, questa potrebbe essere davvero l’ultima occasione.
The Flying Guru
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