Un uomo scrive la propria autobiografia, ma quell’uomo non esiste. Michael H. Eden costruisce John Lost (2012, in lingua inglese) su questo paradosso narrativo: un personaggio di finzione che racconta la propria vita come se fosse vera, circondato però da luoghi, aeroplani e automobili che appartengono alla realtà più concreta.
La struttura del romanzo
Il meccanismo è quello dell’autobiografia fittizia, genere che richiede un equilibrio delicato tra credibilità e invenzione. John Lost attraversa la propria esistenza inseguendo domande poste dal bisnonno, figura che apre e chiude il romanzo come una cornice filosofica. Le risposte arrivano (quando arrivano) lungo il percorso, attraverso incontri imprevedibili e scelte che deviano dalla rotta tracciata con tanta cura dal protagonista.
Eden sceglie di ancorare questa ricerca interiore a elementi tangibili. Gli aeroplani non sono generici velivoli da sfondo, ma macchine identificabili, con caratteristiche specifiche. Lo stesso vale per le automobili e i luoghi. È una scelta che dà peso alla narrazione, impedendole di scivolare nell’astrazione pura.

Il volo come metafora e sostanza
In molti romanzi l’aviazione serve da decorazione, un mondo affascinante che attira lettori senza imporre rigore. Qui la situazione è più ambigua. Il volo rappresenta certamente una metafora della vita di John (la pianificazione che cede al caso, la necessità di adattarsi alle condizioni mutevoli), ma Eden sembra conoscere abbastanza la materia da non ridurla a puro simbolismo.
Il problema è che la descrizione disponibile del romanzo si interrompe proprio dove inizierebbe la verifica. Non sappiamo con precisione quali aeroplani compaiano, in quali epoche, su quali rotte. Per un lettore che ama l’aviazione questa è una lacuna significativa. Il patto narrativo funziona solo se l’autore mantiene la promessa di realismo tecnico dichiarata in apertura.
Un ibrido non privo di interesse
John Lost appartiene a quel territorio ibrido dove il memoir incontra la fiction e il romanzo di formazione si intreccia con l’avventura aeronautica. Non è un manuale, non è un thriller, non è nemmeno un classico racconto di piloti. È piuttosto una riflessione sulla costruzione dell’identità che usa il volo come filo conduttore.
Per chi cerca azione continua o dettagli tecnici in ogni pagina, potrebbe risultare troppo contemplativo. Per chi apprezza invece narrazioni dove l’aviazione diventa lente attraverso cui osservare l’esistenza umana, il romanzo di Eden offre una prospettiva insolita. La scelta di rendere esplicita la natura fittizia del protagonista (già dal titolo: Lost, perduto, ma anche perso in sé stesso) aggiunge uno strato di consapevolezza che distingue l’opera dalla massa di autobiografie aeronautiche romanzate che affollano il mercato anglofono.
Resta il dubbio su quanto Eden riesca a sostenere questa ambizione per l’intera durata del libro. Ma il tentativo merita attenzione.
The Flying Guru
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