La sonda New Horizons della NASA è uscita dalla fase di ibernazione più lunga della sua missione e ha ripreso le attività scientifiche nelle regioni esterne del Sistema Solare. Il risveglio è avvenuto il 23 giugno 2026, dopo 321 giorni di inattività programmata. La conferma è arrivata il 7 luglio dal team del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory, che gestisce la missione per conto della NASA.
Al momento della riattivazione, New Horizons si trovava a circa 9,5 miliardi di km dalla Terra. A una distanza di questo tipo il tempo di percorrenza del segnale radio sfiora le 9 ore in una sola direzione. La gestione operativa richiede quindi tempi lunghi e una forte autonomia di bordo. Durante l’ibernazione la sonda ha continuato a trasmettere ogni settimana un breve messaggio di stato. Era un controllo essenziale: serviva a confermare che i sistemi principali restavano in condizioni nominali.
La modalità di ibernazione è una scelta tecnica necessaria per missioni di lunga durata come questa. Riduce il consumo energetico e limita l’usura dei sistemi, mentre il centro di controllo interviene solo quando serve. New Horizons è alimentata da un generatore termoelettrico a radioisotopi, come molte sonde dirette verso le regioni più lontane del Sistema Solare, dove l’energia solare non è più sufficiente per sostenere le operazioni con pannelli fotovoltaici. In questa configurazione la sonda continua a lavorare in autonomia. Alcuni strumenti restano attivi, raccolgono dati sull’ambiente circostante e li conservano nella memoria di bordo in attesa del trasferimento verso la Terra.
Nelle prossime settimane il team scaricherà i dati acquisiti negli ultimi mesi insieme alle informazioni sullo stato della piattaforma. Tornerà pienamente operativo anche Alice, lo spettrografo ultravioletto della missione. Il suo compito è osservare la distribuzione dell’idrogeno nella parte più esterna dell’eliosfera: la grande bolla dominata dal vento solare, che segna l’area di influenza del Sole nello spazio interstellare vicino. Queste misure sono utili per studiare il rapporto tra il flusso di particelle emesso dal Sole e il mezzo interstellare che circonda il Sistema Solare.
Proseguiranno anche le osservazioni dedicate al plasma, alle particelle energetiche e alla polvere nella Fascia di Kuiper. Si tratta della vasta regione oltre l’orbita di Nettuno che ospita corpi ghiacciati e residui della formazione planetaria. In questa fascia New Horizons continua il suo viaggio scientifico. Gli strumenti di bordo permettono di raccogliere dati che non possono essere ottenuti da vicino con altri veicoli attualmente operativi a quelle distanze.
La missione è stata lanciata il 19 gennaio 2006 da Cape Canaveral con un vettore Atlas V 551. Il passaggio ravvicinato di Plutone, il 14 luglio 2015, ha segnato una tappa centrale dell’esplorazione planetaria recente: New Horizons ha fornito le prime immagini dettagliate del pianeta nano, delle sue lune e della sua atmosfera tenue. Le osservazioni hanno mostrato una superficie geologicamente complessa, con pianure di azoto ghiacciato, rilievi d’acqua ghiacciata e tracce di attività relativamente recente.
Il 1 gennaio 2019 la sonda ha raggiunto Arrokoth, un oggetto della Fascia di Kuiper allora noto come 2014 MU69. È stato il primo corpo di questa regione osservato da vicino. Arrokoth ha mostrato una struttura a contatto, formata da 2 lobi uniti, considerata preziosa per ricostruire i processi di accrescimento dei planetesimi nel Sistema Solare primitivo. Da quel momento la missione è entrata in una fase diversa: meno spettacolare sul piano delle immagini ravvicinate, ma molto utile per lo studio dell’ambiente profondo attraversato dalla sonda.
Sul piano tecnico, la continuità della missione dipende anche dagli aggiornamenti periodici del software di bordo. Il team li utilizza per adattare il funzionamento della sonda a condizioni operative sempre più severe: temperature molto basse, potenza disponibile in lento calo e tempi di comunicazione estremi. In una missione che ha ormai superato i 20 anni nello spazio, la capacità di prolungare la vita operativa con interventi software resta uno degli elementi centrali.
New Horizons mantiene anche una rilevanza industriale e programmatica. Il veicolo è stato costruito da Lockheed Martin, mentre la gestione scientifica e operativa fa capo al Johns Hopkins Applied Physics Laboratory. Il programma rientra nella tradizione delle missioni NASA a basso costo relativo per l’esplorazione planetaria, con una forte integrazione tra industria, centri di ricerca e comunità scientifica. I dati raccolti nelle regioni esterne del Sistema Solare alimentano studi di eliofisica, scienza planetaria e polveri interplanetarie. A quasi 20 anni dal lancio, la sonda resta uno dei pochi avamposti attivi in una zona dove la presenza diretta di strumenti scientifici è ancora molto limitata.
The Flying Guru
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