È una domanda che ci accompagna ogni volta che affrontiamo i controlli aeroportuali: varchiamo un terminal, ci togliamo le scarpe, dividiamo i liquidi in contenitori da 100 ml, estraiamo tablet e laptop come se fosse parte integrante del viaggio. Un rito che ha finito per sembrare più un’abitudine che una misura concreta di prevenzione. Ma quanto funziona davvero?
All’inizio di questo mese all’aeroporto di Bergamo Orio al Serio (BGY), un uomo sfondando una porta dell’area arrivi ha raggiunto a piedi la pista, dirigendosi verso un Airbus A319 della Volotea pronto al decollo dove si è gettato nel motore sinistro in funzione, perdendo la vita. Il volo è stato annullato, lo scalo bloccato per ore, e l’episodio ha riacceso l’attenzione su una falla che nulla ha a che vedere con i body scanner e gli scanner 3D: il perimetro, i varchi fisici, la vigilanza in tempo reale.
La sicurezza in aeroporto, com’è strutturata oggi, è il risultato di un processo a strati: ogni misura è pensata per coprire l’eventuale fallimento della precedente. È un impianto che si è sviluppato soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando gli attentati cambiarono radicalmente l’approccio alla prevenzione in volo. Fino ad allora, imbarcarsi su un aereo in molte parti del mondo era un’operazione semplice, spesso senza controlli identitari approfonditi e con poche barriere. I dirottamenti degli anni Sessanta e Settanta avevano già portato a un primo inasprimento, ma nulla di paragonabile alla rivoluzione introdotta dagli Stati Uniti dopo il 2001.

Con la nascita della TSA, l’agenzia federale americana per la sicurezza nei trasporti, gli Stati Uniti centralizzarono ogni aspetto dei controlli: dalla verifica dell’identità alla gestione dei flussi, dal personale addetto alla sicurezza fino alla definizione degli standard tecnici delle macchine di rilevamento. I livelli di controllo aumentarono, ma con il tempo emersero anche le loro falle. Nel 2015 un audit del Dipartimento della Sicurezza Interna rivelò che in 67 casi su 70, agenti sotto copertura erano riusciti a superare i controlli portando con sé armi o simulacri di esplosivi. Fu uno scandalo che costò la poltrona al capo della TSA, ma che soprattutto mise in luce quanto il sistema potesse diventare inefficace proprio a causa della sua rigidità e ritualità.
Intanto, nel 2006, un nuovo shock obbligò a riscrivere le regole: la polizia britannica scoprì un complotto terroristico per far esplodere aerei transatlantici usando liquidi esplosivi nascosti in bottigliette da bibita. Fu la nascita del famigerato limite dei 100 ml. e del litro totale. Inizialmente una misura d’emergenza, divenne presto uno standard globale. Da quel momento, ogni passeggero fu obbligato a inserire i liquidi in un sacchetto trasparente richiudibile, senza superare il litro complessivo. Negli Stati Uniti, la TSA impose anche l’obbligo di togliersi le scarpe (la TSA ha tolto anche questo limite da pochi giorni), per verificare che non vi fossero materiali nascosti nella suola o nella struttura interna.
Col passare del tempo, la domanda sull’efficacia di questi gesti si è fatta sempre più concreta. Studi, test interni, simulazioni e persino ricerche accademiche hanno suggerito che il vero effetto dei controlli sia soprattutto di deterrenza: non si può sapere con certezza se le misure evitino attentati, ma si sa che disincentivano i tentativi. E questo, in uno scenario dove l’incertezza è costante, basta a giustificarne il costo. Un costo enorme: si stima che la spesa globale per la sicurezza aeroportuale abbia superato i 16 miliardi di dollari nel 2024.
L’attenzione si è quindi spostata sull’efficienza. Negli Stati Uniti ha preso piede il programma TSA PreCheck, che permette ai passeggeri registrati di accedere a controlli più rapidi e meno invasivi, grazie a una valutazione preventiva del rischio. Oltre 20 milioni di viaggiatori ne fanno parte. Parallelamente, in Europa si è puntato su tecnologie più sofisticate: scanner CT (a tomografia computerizzata), body scanner millimetrici, sistemi automatizzati di identificazione. Gli scanner CT, già presenti in molti scali italiani come Milano, Roma, Bologna, Bergamo, Torino e Catania, sono in grado di ricostruire un’immagine tridimensionale del contenuto di borse e valigie, rendendo non necessario estrarre liquidi e dispositivi elettronici.

L’adozione di questi scanner aveva già aperto la strada all’eliminazione del limite dei 100 ml. Alcuni aeroporti lo avevano già sospeso tra il 2023 e il 2024, ma l’Unione Europea ha imposto un dietrofront nel settembre 2024, dopo aver rilevato problemi nei software di rilevamento delle sostanze sospette: senza garanzie pienamente affidabili, è tornato in vigore il divieto, anche negli aeroporti dotati della nuova tecnologia.
Oggi, però, siamo a un nuovo punto di svolta. L’ECAC – l’organismo tecnico che coordina la sicurezza civile in Europa, si appresterebbe ad approvare un aggiornamento del software utilizzato sugli scanner Hi‑Scan 6040 CTiX. Se l’autorizzazione arriverà entro fine di questo mese, negli aeroporti dotati di questi dispositivi si potrà finalmente tornare a portare liquidi nel bagaglio a mano senza limiti specifici, senza doverli estrarre al controllo, e senza il feticcio dei 100 ml.
Si tratterebbe non solo di un cambiamento pratico, ma di un passaggio simbolico: l’abbandono di un retaggio emergenziale durato quasi vent’anni. Ma questo potrà avvenire solo in scali attrezzati, con personale formato, con sistemi aggiornati. Il caso di Bergamo resta un monito: le tecnologie più avanzate non possono sostituire l’elemento umano, l’attenzione, la prontezza, la lucidità nel reagire a ciò che esula dalle procedure.
Forse non sapremo mai con precisione se i controlli in aeroporto siano “abbastanza” sicuri. Ma possiamo dire che il futuro della sicurezza non sta nel moltiplicare i gesti meccanici, ma nel renderli più intelligenti. E meno invasivi.
The Flying Guru
Vuoi capire subito il punto centrale di questo articolo?





