Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025 più ondate di droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco durante un attacco su larga scala contro l’Ucraina. La risposta è stata immediata: F-16 polacchi hanno aperto il fuoco, con il supporto di asset alleati tra cui F-35 olandesi e piattaforme italiane di sorveglianza e rifornimento in volo.
È il primo ingaggio documentato di un Paese NATO nel quadro della guerra in Ucraina; Varsavia ha invocato l’Articolo 4 del Trattato Atlantico. I rottami sono stati rinvenuti in vari centri dell’est del Paese, con danni a un’abitazione a Wyryki.
Le fotografie circolate nelle ore successive mostrano resti di più UAV e frammenti di un missile impiegato nelle intercettazioni, recuperati anche a notevole distanza dal confine orientale. Almeno otto droni e parti di un ordigno sono stati catalogati dalle autorità; tra i comuni citati figurano Wyryki, Czosnówka e Cześniki nel voivodato di Lublino, oltre a ritrovamenti nell’area di Łódź e a Oleśno nel nord del Paese.
Il punto dirimente non è solo tattico ma economico: per abbattere piccoli UAV a basso costo l’Occidente schiera piattaforme e munizionamento con ordini di grandezza di spesa incomparabili. Un missile aria-aria AMRAAM, impiegabile da F-16 e F-35, ha un prezzo unitario che varia in funzione della versione e del lotto d’acquisto ma è tipicamente compreso tra circa 1 e 2 milioni di dollari; gli ultimi pacchetti d’approvvigionamento e analisi recenti convergono su questa forbice. Al confronto, i droni della famiglia Shahed/Geran utilizzati in massa dalla Russia hanno un costo stimato da decine di migliaia di dollari per unità (stima ricorrente 20–80 mila, con valori più alti per l’export e versioni aggiornate).
La sproporzione si amplifica se si considerano i costi di missione: ogni ora di volo di un F-16 o di un F-35, più gli orbitanti di sorveglianza e i rifornitori, incide per decine di migliaia di dollari; i tariffari DoD per rimborsi inter-agenzia e i report sulla sostenibilità del programma F-35 danno un ordine di grandezza del problema, al netto delle diverse metodologie di calcolo.
Questa asimmetria non è un effetto collaterale ma una scelta deliberata dell’avversario: saturare, confondere, forzare l’impiego di intercettori costosi contro minacce a basso costo, mescolando vettori d’attacco e droni-esca all’interno della stessa ondata. Le cronache operative in Ucraina e le analisi strategiche descrivono con costanza l’uso combinato di Shahed/Geran e di decoy per erodere le difese; lo schema si è ripetuto anche nella notte dell’incursione su territorio polacco.
La lezione ucraina, maturata in quasi tre anni di guerra aerea, è che la risposta efficace non può poggiare soltanto su missili di fascia alta: serve una difesa stratificata e “a costo giusto”, che combini allerta precoce, guerra elettronica, fuoco rapido e intercettori economici, fino agli “interceptor drones” dedicati. Kiev sta espandendo proprio queste capacità, dagli sciami intercettori alle torrette automatiche con sensori e AI, per colmare il divario costo-per-colpo contro i droni in arrivo.
L’episodio polacco, con il primo abbattimento NATO di UAV russi e il mosaico di rottami raccolti a terra, mette quindi a nudo un doppio deficit europeo: tecnologico-dottrinale (difese anti-UAS ancora troppo sbilanciate su sistemi d’alta gamma) ed economico (costi di intercetto insostenibili sul lungo periodo se impiegati contro minacce “usa e getta”).
A confermarlo è anche l’ex comandante delle truppe statunitensi in Europa, generale Frederick Hodges, che in un’intervista a Bild ha definito “inadeguata” la risposta europea:
“Il fatto che abbiamo reagito con jet F-35 contro i droni dimostra che non siamo ancora preparati. Non è stato un incidente: i russi stanno testando le nostre difese, la velocità di reazione e l’efficacia dei radar. L’Ucraina ogni giorno affronta centinaia di droni e non sprecherebbe mai un Patriot o un F-35 per abbatterli, quando può farlo con armi più semplici ed economiche. Inviare un F-35 contro un drone è uno spreco di risorse”.
Secondo Hodges, i russi non temono alcuna reazione da parte di Washington sotto la presidenza Trump e questo li incoraggia a intensificare le provocazioni, mentre gli Stati europei, incapaci finora di abbattere i droni russi entrati nel loro spazio aereo, mostrano tutta la loro vulnerabilità.

Colmare il divario significa accelerare l’integrazione di livelli intermedi di difesa, aumentare la disponibilità di sensori e fuoco a corto raggio e standardizzare rapidamente soluzioni C-UAS a bassa impronta logistica.
L’incursione in Polonia conferma la tendenza già vista nei cieli ucraini: la partita non si gioca solo sul “colpire il bersaglio”, ma sul costo con cui lo si colpisce. Senza una rete di contromisure “a costo giusto”, l’Europa continuerà a spendere milioni per neutralizzare minacce da poche decine di migliaia di dollari.
The Flying Guru
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