Sedici giorni di guerra. E nessuno sa come finirà

La situazione in Iran al 15 marzo 2026: il colpo di mano che non ha funzionato, lo stretto che non si riapre, e il conto che pagheremo tutti.

Sedici giorni fa, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran. L’obiettivo era decapitare il regime, spaventare i Pasdaran e aprire la strada a una transizione politica favorevole agli interessi americani e israeliani. Trump aveva parlato di “due o tre giorni”. Sedici giorni dopo, la marina e l’aviazione iraniane sono distrutte, il cielo dell’Iran appartiene ai jet israeliani, Ali Khamenei è morto. Eppure il regime è ancora in piedi. E l’Iran sta ancora lanciando missili.

Il presupposto che non ha retto

Washington e Tel Aviv erano convinte che bastasse un attacco rapido e devastante a produrre uno di due esiti: il collasso del regime oppure una sua trasformazione sufficiente ad assecondare le richieste americane, sul modello del Venezuela. Una transizione magari confusa, ma comunque favorevole.

Non è andata così. Il National Intelligence Council americano aveva già concluso, in un rapporto rivelato dal Washington Post, che un assalto aereo su larga scala “difficilmente” avrebbe portato al crollo del governo iraniano. La Casa Bianca non ha confermato se Trump lo avesse letto prima di firmare l’ordine di attacco.

Khamenei è stato ucciso nei primi minuti della guerra. Da allora i bombardamenti non si sono mai fermati. Eppure i Pasdaran mantengono il controllo del paese e il nuovo Leader Supremo è il figlio del vecchio: Mojtaba Khamenei, ferito, mai apparso in pubblico, nascosto in un luogo segreto per ragioni di sicurezza. Il 50% del programma missilistico iraniano è ancora integro secondo le stesse stime del Pentagono. La flotta di piccole imbarcazioni dell’IRGC, quella usata per attacchi asimmetrici e per posare mine, è quasi intatta: tra l’80 e il 90% dei mezzi ha sopravvissuto ai primi sedici giorni di conflitto.

La rivolta popolare che Washington attendeva non è arrivata. I bombardamenti tendono a unire la popolazione attorno al regime, non a dividerla da esso.

La guerra che l’Iran ha scelto di combattere

L’Iran non ha cercato lo scontro convenzionale. Ha fatto la cosa che per decenni aveva minacciato di fare se messo con le spalle al muro: ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un’arma economica.

Attraverso lo Stretto transita circa un quinto del petrolio consumato a livello globale e il 20% del gas naturale liquefatto mondiale, quello prodotto quasi interamente dal Qatar. Non esiste una rotta alternativa. Quando il traffico si ferma, il danno si propaga ovunque nel giro di giorni.

Il traffico commerciale nello Stretto è crollato del 97% rispetto ai livelli normali. Circa 1.000 navi con petrolio e gas per un valore superiore a 25 miliardi di dollari sono rimaste bloccate. I principali club assicurativi londinesi hanno sospeso le coperture per il Golfo Persico, quintuplicando i premi di guerra. Nessun armatore manda una nave non assicurata in acque di guerra, indipendentemente da quante navi militari americane presidino la zona.

A questo si aggiunge la minaccia delle mine navali. L’intelligence americana ha confermato che l’Iran ne ha già posate alcune decine nello Stretto. Il numero non è il punto centrale. Una mina non deve esplodere per fare il suo lavoro: basta che ci sia, o che si pensi che ci sia, per rendere ogni passaggio un rischio che nessun armatore privato è disposto ad accettare. Storicamente, anche campi minati molto ridotti hanno bloccato rotte marittime per settimane o mesi. Nel 1950 a Wonsan, in Corea, tremila mine impedirono per settimane lo sbarco di cinquantamila marines. La bonifica di Hormuz, se e quando si rendesse necessaria, richiederebbe settimane di operazioni specializzate in acque di guerra attiva. La Marina americana ha drasticamente ridotto la propria flotta di dragamine negli ultimi anni.

Gli effetti sui prezzi sono già visibili. Il Brent ha toccato quasi 120 dollari al barile nel picco, con un rialzo settimanale del 35% nelle prime settimane: il più grande della storia dei mercati petroliferi dal 1983. Il gas TTF europeo è salito del 75% rispetto a gennaio. Il Qatar ha dichiarato forza maggiore su alcune consegne di GNL, dopo gli attacchi agli impianti di Ras Laffan. Il gasolio alla pompa in Italia ha superato i 2 euro al litro in diverse stazioni.

Le contraddizioni al vertice americano

Quello che rende questa crisi difficile da leggere non è solo la sua portata geografica, la più estesa delle guerre del Golfo per numero di paesi coinvolti. È il modo in cui viene gestita e comunicata da Washington.

Trump ha dichiarato la guerra “praticamente conclusa” al secondo giorno. Al decimo ha detto che “non è rimasto niente da colpire”. Il giorno successivo ha aggiunto: “andremo oltre”. Al quattordicesimo ha detto che “bisogna portare a termine il lavoro”. Il Pentagono, nel frattempo, pianifica internamente almeno 100 giorni di operazioni, probabilmente fino a settembre 2026. I soli primi due giorni di bombardamenti hanno consumato 5,6 miliardi di dollari in munizioni.

Le motivazioni dell’attacco cambiano con la stessa frequenza. Di volta in volta si parla del programma nucleare iraniano, di una minaccia imminente, del cambio di regime. Il giorno stesso in cui Trump annunciava il cambio di regime, il suo Segretario alla Difesa dichiarava che “questa non è una guerra per il cambio di regime”. Sul petrolio sono circolate tre tesi incompatibili in meno di una settimana: prima il rialzo del greggio è un vantaggio per gli USA, poi diventa un’emergenza da tamponare con la riserva strategica, poi la guerra stessa abbasserà i prezzi.

Anche la domanda su chi abbia deciso di attaccare non ha ottenuto risposta verificabile. Sono circolate almeno cinque versioni diverse in pochi giorni, attribuendo la decisione ora a Trump, ora a Netanyahu, ora a entrambi in modo diverso. Il senatore repubblicano Thomas Massie lo ha detto in aula: “Il presidente dice che abbiamo dovuto attaccare perché un attacco iraniano era imminente. Altri hanno detto che la ragione fosse il nucleare. Ma sei mesi fa ci avevano assicurato che il programma nucleare era stato decimato.”

Il professor Colin Kahl, ex sottosegretario alla Difesa, ha identificato il nodo centrale: “Conseguire un cambio di regime, un cambio di comportamento, la fine del programma nucleare e la riduzione della capacità iraniana di proiettare potenza non sono varianti dello stesso obiettivo. Richiedono guerre fondamentalmente diverse.”

Sul fronte interno americano, il conflitto è il più impopolare degli ultimi decenni: solo il 27% degli americani era favorevole nelle prime settimane, meno dell’Afghanistan del 2001 e dell’Iraq del 2003. Nel cuore della galassia MAGA si sono aperte crepe visibili. Tucker Carlson ha definito l’operazione “malvagia”. Marjorie Taylor Greene ha scritto: “Make America Great Again era America First, non Israel First.” Il War Powers Act è stato bloccato al Congresso per soli sette voti.

Chi guadagna senza combattere

C’è un attore che in questi sedici giorni ha ottenuto risultati senza sparare un colpo: la Russia.

Mosca ha condannato i raid, ha fornito all’Iran informazioni di intelligence sulle posizioni di navi e aerei americani, ha mantenuto un canale diplomatico attivo con Teheran. Nel frattempo ha incassato il rialzo del Brent, prezioso dopo che i ricavi energetici russi erano crollati del 24% nel 2025. Putin ha offerto gas e petrolio all’Europa a condizione di accordi di lungo termine. I negoziati di pace con l’Ucraina sono stati rinviati. L’attenzione americana è completamente assorbita dal Golfo.

La Cina ha scelto una neutralità attiva: condanna verbale dei raid, congelamento delle esposizioni finanziarie verso i Paesi del Golfo, riduzione dell’import di greggio iraniano, nessuna assistenza militare a Teheran. Tre gruppi di portaerei americane impegnate in Medio Oriente riducono percettivamente la deterrenza USA nel Pacifico, proprio nell’anno in cui Pechino potrebbe avvicinarsi alla sua soglia di prontezza operativa su Taiwan.

L’Europa: pagare senza decidere

L’Europa è stata colpita nelle tasche, nelle rotte energetiche e nella sua credibilità come soggetto politico, senza aver avuto alcun ruolo nelle decisioni che hanno prodotto questi effetti. Washington non ha consultato i partner europei prima di lanciare Epic Fury.

Le posizioni nazionali europee sono risultate non solo frammentate ma operativamente incompatibili. La Germania ha aperto la base di Ramstein. Il Regno Unito ha concesso le basi per uso “difensivo”, salvo poi far decollare da Fairford B-1 Lancer diretti verso l’Iran il 15 marzo. La Francia ha inviato il Charles de Gaulle in Mediterraneo ma esclude operazioni offensive. La Spagna ha negato le basi agli USA ricevendo minacce commerciali da Trump. Sedici giorni dopo l’inizio della guerra, il ministro degli Esteri Tajani si è recato a Bruxelles per chiedere “una posizione comune” che ancora non esiste.

Sullo sfondo resta una questione che nessun governo europeo vuole affrontare apertamente. Se un attacco iraniano su una base NATO in territorio europeo attivasse l’Articolo 5, l’intera Alleanza verrebbe trascinata in un conflitto che nessun governo del continente ha scelto, per il quale non esiste consenso politico interno in nessun paese e per il quale non è disponibile alcuna posizione diplomatica condivisa. La base britannica di Akrotiri a Cipro, territorio dell’Unione Europea, è già stata colpita da un drone il 2 marzo.

Il conto italiano

Per l’Italia la crisi ha già tre nomi concreti: Ali Al Salem, QatarEnergy, TTF.

La base aerea kuwaitiana di Ali Al Salem è stata colpita tre volte in sedici giorni. Il 15 marzo un drone IRGC ha distrutto un MQ-9A Predator italiano del valore di circa 35 milioni di euro. 239 militari su 321 sono stati evacuati in Arabia Saudita. Restano in Kuwait 82 militari per garantire la continuità delle operazioni essenziali.

Sul fronte energetico, QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su cinque carichi di GNL destinati all’Italia per aprile. Il Qatar copriva tra il 24 e il 30% delle importazioni italiane di gas naturale liquefatto, la quota più alta tra i grandi importatori europei. Il TTF a 60 euro per megawattora pesa su bollette e industria. L’estate si avvicina: è il periodo in cui l’Europa dovrebbe ricaricare gli stoccaggi in vista dell’inverno, e le alternative al GNL qatariano non si trovano in poche settimane sui mercati globali.

Il governo Meloni mantiene la linea: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci.” Le basi USA in Italia non sono disponibili per operazioni offensive senza un voto del Parlamento. La fregata Federico Martinengo è dispiegata a Cipro con funzione difensiva. Dal 14 marzo l’Italia ha assunto il comando della missione navale europea Aspides nel Mar Rosso.

La domanda che resta senza risposta

Al sedicesimo giorno, nessuno sa con certezza quanto durerà questo conflitto. Il Pentagono pianifica almeno fino a settembre. L’IDF stima “almeno altre tre settimane” di operazioni. L’Iran dichiara capacità di sostenere l’intensità attuale per sei mesi.

Nel mezzo c’è lo Stretto di Hormuz: 33 chilometri di larghezza minima, 21 milioni di barili al giorno, il 20% del GNL mondiale, nessuna rotta alternativa praticabile nel breve periodo. La domanda più urgente, come ha scritto il Post già il 7 marzo, non è chi vincerà. È quanto durerà. E quanto costerà a tutti.

The Flying Guru

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