Tornare sulla Luna è sempre più difficile per la NASA: il nodo non è solo arrivare, ma tornare vivi

Il ritorno dell’uomo sulla Luna, almeno sulla carta, resta il cuore del programma Artemis. Il nuovo rapporto dell’Office of Inspector General della NASA (NASA Office of the Inspector General) sposta però l’attenzione su un punto più concreto: il problema non è soltanto far atterrare gli astronauti al polo sud lunare, ma garantire che possano sopravvivere a un guasto grave e rientrare. Secondo l’ispettorato, oggi esistono ancora lacune nella postura di sicurezza, nei test e soprattutto nella capacità di soccorso in caso di emergenza. In termini semplici: se qualcosa andasse storto sulla superficie lunare o durante il rendez vous in orbita lunare, la NASA non dispone ancora di una reale capacità di salvataggio per le prime missioni Artemis.

Il rapporto non dice che Artemis sia destinato a fallire, ma dice una cosa diversa e più scomoda: il livello di rischio resta elevato per un programma che deve riaprire l’esplorazione umana oltre l’orbita terrestre bassa. La NASA usa come soglia di riferimento una probabilità di perdita equipaggio pari a 1 su 40 per le operazioni lunari e 1 su 30 per la missione Artemis nel suo complesso. L’ispettorato aggiunge però che le stime di rischio dei primi voli possono essere ottimistiche, perché entrano in gioco sistemi nuovi, poco provati insieme e mai testati davvero in un’architettura integrata di questo tipo. Il report richiama anche un precedente scomodo: nelle prime fasi dello Shuttle, il rischio reale fu rivalutato anni dopo come molto più alto di quanto si credesse inizialmente.

Uno dei punti centrali riguarda i lander lunari. Per Artemis la NASA ha scelto 2 approcci molto diversi, ma accomunati da una difficoltà enorme: il rifornimento in orbita. Sia Starship HLS di SpaceX sia Blue Moon di Blue Origin dipendono da una catena tecnica molto complessa, che comprende trasferimenti di propellente su scala mai dimostrata in una missione lunare con equipaggio. Il report osserva che proprio questa architettura introduce ritardi, incertezze operative e nuove superfici di rischio. Inoltre, secondo la conclusione dell’ispettorato, il lander di SpaceX non sarà pronto per portare astronauti sulla superficie nel giugno 2027, e la NASA sta lavorando con i fornitori per una missione lunare nel 2028.

C’è poi il problema del luogo scelto per l’allunaggio. Il polo sud lunare è scientificamente attraente, ma dal punto di vista operativo è molto più ostile delle aree visitate dalle missioni Apollo. Il rapporto parla di terreno accidentato, massi di grandi dimensioni, crateri profondi e pendenze fino a 20 gradi. In questo contesto, l’altezza dei veicoli conta molto. Starship HLS è alta circa 171 piedi, Blue Moon circa 53, mentre il modulo lunare Apollo era alto 23 piedi. Per la NASA, superare una pendenza di 8 gradi dopo l’atterraggio può già compromettere attività essenziali dell’equipaggio, compreso l’uso dei portelli e delle attrezzature.

Il caso più delicato è forse quello di Starship. A differenza dei lander storici, il veicolo di SpaceX prevede un ascensore esterno per portare astronauti, campioni e attrezzature dalla cabina alla superficie e viceversa. L’ispettorato osserva che l’ascensore si trova a circa 115 piedi dal suolo e che, allo stato attuale, non esiste un altro modo per consentire all’equipaggio di rientrare nel veicolo dalla superficie in caso di guasto. Il programma HLS considera questo elemento tra i principali rischi e sta lavorando con SpaceX a modalità alternative di accesso, ma il punto resta aperto. Inoltre, il report critica anche il fatto che l’ascensore non venga incluso nella dimostrazione senza equipaggio, perché così si perde l’occasione di provarlo davvero nell’ambiente lunare e in condizioni di inclinazione del veicolo.

Il nodo più serio, però, è quello che nel tuo testo hai definito come assenza di un piano B. Questa sintesi, nel merito, è corretta. Il rapporto afferma che la NASA ha escluso capacità di soccorso per le prime missioni Artemis con equipaggio. In pratica: se il lander restasse bloccato sulla superficie, oppure non riuscisse a riagganciarsi a Orion o al Gateway nell’orbita lunare quasi rettilinea, l’equipaggio andrebbe perso. La NASA riconosce che costruire una vera capacità di soccorso sarebbe estremamente difficile e costoso, perché richiederebbe veicoli pronti al lancio in tempi rapidi, consumabili extra e un rifugio sicuro in cui gli astronauti possano sopravvivere nell’attesa. Ma il dato politico e operativo resta: oggi quella capacità non c’è.

C’è anche un altro aspetto che merita attenzione. Il report osserva che le analisi di sopravvivenza dell’equipaggio sono limitate da vincoli funzionali e di risorse. In sostanza, molti correttivi arrivano tardi, quando il progetto è già avanzato, i margini di modifica si riducono e i costi aumentano. Inoltre queste analisi tendono a considerare un singolo evento catastrofico alla volta e non scenari multipli simultanei. È una differenza importante, perché le missioni lunari non perdonano catene di guasti, ritardi o imprevisti combinati.

In conclusione, il problema di Artemis non è una singola anomalia tecnica, ma l’accumulo di complessità: rifornimento orbitale, nuovi lander, nuovi sistemi di supporto vitale, nuove tute, nuovi profili di docking e un allunaggio in una delle aree più difficili della Luna. Il rapporto dell’ispettorato non chiude la strada al ritorno umano sulla superficie lunare, ma dice con chiarezza che la NASA sta cercando di riaprirla senza avere ancora risolto tutti i punti essenziali sulla sopravvivenza dell’equipaggio.

The Flying Guru

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