Mentre la Russia torna a violare lo spazio aereo di Paesi NATO come Estonia e a inviare droni oltre i confini della Polonia, dagli Stati Uniti arriva un segnale che rischia di indebolire la deterrenza alleata sul fianco est.
Il Pentagono ha infatti comunicato a diversi diplomatici europei l’intenzione di ridurre o interrompere parte dei programmi di assistenza militare ai Paesi baltici e agli Stati NATO confinanti con la Russia. In particolare è in discussione il futuro della Baltic Security Initiative (BSI), un programma creato per sostenere Estonia, Lettonia e Lituania con addestramento, modernizzazione delle forze armate, difesa aerea e cibernetica.
Secondo quanto riportato da AP e Financial Times, la Casa Bianca considera superfluo mantenere questo livello di supporto e ritiene che siano gli stessi europei a dover finanziare in misura crescente la propria sicurezza. Non si tratta però ancora di una decisione definitiva: il Congresso ha margini per opporsi e parte dei fondi sono già stati autorizzati fino al settembre 2026.
La riduzione dei fondi non equivale a un ritiro dagli impegni NATO, uttavia, il segnale politico è forte: l’amministrazione statunitense vuole che siano gli alleati europei a “farsi carico” di una quota maggiore della propria difesa.
Il tempismo è delicato: mentre i Baltici chiedono più protezione e la NATO rafforza le proprie missioni di polizia aerea, Washington minaccia di tagliare strumenti chiave di deterrenza. Una scelta che potrebbe incoraggiare Mosca a spingersi oltre nella sua strategia di pressione ibrida contro l’Alleanza.
E qui la questione diventa politica, nel senso più profondo del termine. Perché non si tratta solo di una rimodulazione di bilancio o di un messaggio agli alleati europei perché “tirino fuori il portafogli”. Si tratta della progressiva abdicazione degli Stati Uniti al loro ruolo storico di pilastro della sicurezza atlantica. Ogni volta che Trump riduce la portata dell’impegno americano sul fianco est, manda a Mosca lo stesso segnale: l’America non è più disposta a garantire fino in fondo la sicurezza dei suoi alleati.
In altre parole, Trump sta calando le braghe a Putin. Non è un’espressione eccessiva: lo dimostrano i tagli annunciati ai programmi di assistenza, le ambiguità sulla fedeltà all’Articolo 5, la retorica martellante con cui si sposta il peso della difesa sulle sole spalle europee. Tutto ciò avviene mentre il Cremlino continua a violare spazi aerei, a spingere droni oltre confine, a testare quotidianamente la resilienza della NATO.
È un paradosso: in un momento in cui servirebbe fermezza, Trump sceglie la debolezza. Invece di rafforzare la deterrenza, smonta pezzo dopo pezzo il meccanismo che la rende credibile, lasciando l’impressione di un’America pronta a ritirarsi dietro l’oceano. Ed è proprio questa impressione che Putin aspettava da tempo: non la vittoria sul campo, ma la vittoria psicologica, la percezione che l’Occidente non sia più unito né disposto a pagare il prezzo della sicurezza collettiva.
Se il messaggio è che “gli europei devono arrangiarsi”, allora bisogna dirlo chiaramente: la NATO rischia di diventare un guscio vuoto, privo del suo cardine. È un regalo enorme al Cremlino, che non deve neppure sparare un colpo per ottenere ciò che desidera: la frattura dell’Alleanza.
The Flying Guru
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