Il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti (DOT) ha aperto una procedura che potrebbe vietare l’atterraggio o il sorvolo negli USA ai voli operati da compagnie cinesi che attraversano lo spazio aereo russo. Non si tratterebbe dunque di un divieto di transito sulla Russia ma di una misura restrittiva sull’ingresso in territorio americano per ragioni di concorrenza e sicurezza.
L’obiettivo dichiarato è quello di eliminare un vantaggio operativo considerato “ingiusto”: da oltre tre anni, i vettori statunitensi non possono più volare sulla Siberia a causa delle sanzioni imposte dopo l’invasione russa dell’Ucraina, mentre i vettori cinesi continuano a usarla come scorciatoia per ridurre tempi e costi.
Secondo il DOT, questa asimmetria penalizza le compagnie americane nelle rotte transpacifiche, dove il tempo di volo può superare le 14 ore e ogni deviazione comporta costi di carburante significativi. La proposta prevede che solo i vettori che evitano lo spazio aereo russo possano mantenere i collegamenti diretti con gli Stati Uniti.
Il provvedimento, ancora in consultazione, potrebbe entrare in vigore entro novembre 2025. Il governo ha concesso appena quarantotto ore per presentare osservazioni, suscitando la protesta immediata dei vettori cinesi che chiedono più tempo per valutare le conseguenze.
Secondo Reuters, sarebbero interessate solo quattro delle attuali diciotto rotte tra Cina e Stati Uniti, ma il valore politico della mossa è molto più ampio. Washington intende segnalare che non accetterà più pratiche che considera in contrasto con i principi di “equità commerciale” nei trasporti aerei.
La Cina ha reagito con toni duri: il ministero degli Esteri ha definito la proposta “infondata e ingiustificata”, accusando gli Stati Uniti di politicizzare la cooperazione nell’aviazione civile. I media statali cinesi hanno avvertito che la decisione potrebbe portare a “rappresaglie reciproche” e compromettere la ripresa del traffico tra i due paesi.
Parallelamente, la Casa Bianca valuta nuovi controlli sull’esportazione di pezzi di ricambio Boeing verso la Cina, in risposta alle restrizioni di Pechino sulle terre rare. “La Cina ha molti Boeing e ha bisogno dei nostri pezzi”, ha dichiarato Trump ai giornalisti, lasciando intendere che la dipendenza tecnica dei vettori cinesi possa essere usata come leva politica.
Il paradosso è evidente: mentre la Cina resta uno dei principali mercati per Boeing (con 1.855 velivoli in servizio e oltre 220 in ordine) Washington minaccia di bloccarne la manutenzione e l’assistenza tecnica. Il costruttore americano si trova così stretto fra due fuochi: la politica estera della Casa Bianca e il timore di perdere definitivamente l’accesso a un quarto del proprio portafoglio storico.
Le misure in discussione rischiano di colpire anche i partner industriali, come GE Aerospace e la francese Safran, che producono i motori del 737 MAX e dei modelli widebody 777 e 787. L’eventuale blocco dei ricambi avrebbe quindi un effetto domino sull’intera catena di fornitura occidentale.
Pechino, intanto, accelera sul fronte domestico con il COMAC C919, il primo jet di linea cinese di nuova generazione. Ma la dipendenza da componenti occidentali e i limiti imposti dalle licenze americane ne stanno già rallentando la produzione: a settembre 2025, solo cinque dei trentadue esemplari previsti erano stati consegnati.
In questo quadro, Airbus osserva da spettatrice interessata. Con una linea di montaggio a Tianjin e 185 ordini attivi, il costruttore europeo potrebbe beneficiare dell’ennesima escalation fra Washington e Pechino, confermando la sua posizione di equilibrio in un mercato sempre più politicizzato.
L’impressione è che Trump stia tornando a usare l’aviazione come strumento di potere economico, proprio come aveva fatto con i dazi di inizio mandato. Ma la contraddizione resta: l’America cerca di colpire la Cina con armi costruite, in parte, in Cina stessa.
Una politica che – come scrivevamo in I cieli si chiudono – somiglia più a una partita di poker che a una strategia industriale: Trump crede di avere in mano le carte, ma dimentica che anche quelle, molto probabilmente, sono prodotte a Pechino.
The Flying Guru
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