Turismo in calo negli USA nel 2025: l’impatto “dell’effetto Trump”

I numeri pubblicati dalla National Travel and Tourism Office Statunitense, integrati con i dati mensili fino a settembre, delineano un quadro ancora più netto di quanto apparisse nelle rilevazioni estive. Nei primi nove mesi del 2025 gli arrivi internazionali negli Stati Uniti sono diminuiti di circa 9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tradotto in valori assoluti, significa 5,3 milioni di visitatori in meno. È una contrazione molto più marcata del –4,7% registrato fino ad agosto e rappresenta la prima inversione di tendenza dopo quattro anni consecutivi di crescita sotto l’amministrazione Biden, che aveva accompagnato la ripresa post-pandemica fino al picco del 2024.

Il calo non è uniforme, ma alcune dinamiche sono particolarmente evidenti. La flessione più pesante riguarda il Canada, che nelle rilevazioni ufficiali disponibili a fine agosto segna un –21,3%, pari a oltre 3 milioni di arrivi in meno. Una caduta che da sola spiega una quota rilevantissima del peggioramento complessivo. Tuttavia anche le regioni “overseas” mostrano un rallentamento diffuso: Europa occidentale –2,1%Asia –3%Oceania –4,2%Africa –7,8%. L’unica eccezione rilevante rimane il Messico, che cresce del 10,9%, un’anomalia statistica che non è sufficiente a riequilibrare il quadro generale.

A pesare non è solo la fisiologia di un ciclo economico globale incerto. Dal gennaio 2025 l’amministrazione Trump ha introdotto una serie di misure che stanno ridefinendo in modo profondo il rapporto tra Stati Uniti e visitatori stranieri. La più significativa è l’estensione dei requisiti dell’ESTA, resa possibile da un ordine esecutivo firmato nei primi giorni del nuovo mandato. La finalità dichiarata è il rafforzamento dei controlli ai fini della sicurezza nazionale; l’effetto percepito dai viaggiatori internazionali è però quello di un tracciamento pervasivo, senza equivalenti nelle altre democrazie avanzate. In Europa, un impianto di raccolta dati di questa ampiezza sarebbe incompatibile con il principio di proporzionalità del GDPR, che limita in modo rigoroso l’acquisizione e il trattamento di informazioni sensibili.

Il punto cruciale è che queste policy non agiscono nel vuoto. In un mercato turistico globale estremamente competitivo, nel quale destinazioni come Italia, Francia, Spagna, Giappone e Thailandia stanno semplificando l’ingresso per attrarre nuova domanda, l’impressione di un’interazione più complessa, più lenta e più intrusiva con le autorità statunitensi ha un impatto immediato sulle scelte dei viaggiatori. A questo si somma un clima politico percepito come più ostile o comunque meno accogliente rispetto agli anni precedenti, soprattutto nei Paesi occidentali che storicamente rappresentano il cuore del mercato “overseas”.

Il risultato è visibile nelle cifre: meno arrivi, cali distribuiti su quasi tutte le regioni, riduzione della spesa turistica e un minor contributo a uno dei comparti economici più rilevanti degli Stati Uniti, dove – secondo gli stessi dati NTTO – ogni 40 visitatori internazionali si sostiene un posto di lavoro.

In sintesi, la dinamica dei primi nove mesi del 2025 indica un segnale strutturale, non episodico. Nel momento in cui le procedure di ingresso diventano più invasive e più onerose per il viaggiatore, e l’amministrazione adotta un approccio più rigido al controllo delle persone, la risposta del mercato turistico internazionale è immediata: si viaggia meno verso gli Stati Uniti. Se il trend non verrà invertito, è plausibile che la contrazione del 2025 rappresenti non una parentesi, ma l’inizio di una nuova traiettoria discendente per il settore turistico americano. Adesso ci sarà il Natale, e vedremo se New York (ad esempio) sarà ancora la meta di milioni di “stranieri”.

The Flying Guru

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