Il disastro del DC-9 di Capoterra: la montagna che non dimentica

Il DC-9 precipitato tra Capoterra e Sarroch nel 1979, la più grave tragedia aerea in Sardegna, giace ancora sul monte S’Enna Sa Craba.

Il 14 settembre 1979, alle 22:08, un DC-9-32 della compagnia Aero Trasporti Italiani – ATI, marche I-ATJC, partì da Alghero diretto a Cagliari. Era il volo di linea ATI 12, destinato a proseguire poi verso Roma. A bordo c’erano 27 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio. Non arrivò mai a destinazione. L’aereo si schiantò contro i monti tra Capoterra e Sarroch, a pochi chilometri dal mare, nel tratto finale dell’avvicinamento all’aeroporto di Cagliari Elmas. Non ci furono sopravvissuti. È la più grave sciagura aerea mai avvenuta in Sardegna.

Le condizioni meteo erano difficili: pioggia, nubi basse, scarsa visibilità. Il sistema di atterraggio strumentale di Cagliari non era in servizio e l’equipaggio, ingannato dalla posizione, credette di trovarsi sopra il mare anziché sulle colline del Sulcis. L’aereo scese troppo rapidamente e si trovò di fronte la montagna. L’impatto fu devastante: l’aereo colpì il fianco roccioso, si spezzò in più punti e prese fuoco. I soccorsi impiegarono ore per raggiungere il luogo del disastro.

A quarantasei anni di distanza, la montagna conserva ancora la memoria di quella notte.

Chi sale oggi verso l’Arcu di S’Enna Sa Craba, a oltre 500 metri di quota, ritrova i resti del DC-9 dove caddero. La coda, i motori, le ruote del carrello, lamiere sparse fra gli alberi: tutto è rimasto nel silenzio del bosco, come se il tempo non avesse mai avuto il coraggio di toccarlo.

La salita parte da una strada sterrata che si arrampica tra pietre e vegetazione. Il sentiero è stretto e a tratti ripido, ma basta seguirlo per raggiungere l’area del relitto. Il primo impatto visivo è forte: una distesa di metallo contorto, ancora lucente in alcuni punti, che si confonde con i colori del terreno. Tra i cespugli emergono frammenti di fusoliera e parti dei motori Rolls-Royce Spey. L’odore di umidità, il silenzio rotto dal vento, la luce che filtra tra gli alberi rendono l’atmosfera irreale.

Qualcuno ha lasciato dei fiori appoggiati su un pezzo di lamiera e poco più in alto, una croce di ferro e una piccola lapide ricordano le vittime. È l’unico segno umano in un luogo che sembra sospeso nel tempo. Le scritte incise sui rottami stonano con la solennità del posto, ma anche questo fa parte della storia: un equilibrio fragile tra curiosità e memoria.

Il relitto è ancora lì perché nessuno ha voluto o forse potuto rimuoverlo. Negli anni si è parlato di bonificare l’area, ma la montagna ha trattenuto ciò che le è stato consegnato. Per molti, cancellare quei resti sarebbe come cancellare la memoria di chi non è tornato.

Oggi, l’Arcu di S’Enna Sa Craba è un luogo di silenzio e rispetto. Ogni pezzo d’alluminio racconta un frammento di quella notte del 1979. E chi arriva fin lassù, dopo ore di cammino, lo capisce subito: non è un’escursione, ma un incontro con la storia.

The Flying Guru

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