Il sogno del volo. Saint-Exupéry oltre il Piccolo Principe, quando il cielo era un mestiere

Esiste un Saint-Exupéry che precede il Piccolo Principe e che, paradossalmente, lo spiega meglio di qualsiasi esegesi. È il Saint-Exupéry pilota di linea, cronista delle rotte postali fra Tolosa e Dakar, corrispondente per Marianne fra il 1932 e il 1939, prefatore di libri altrui, narratore di sé stesso prima ancora di diventare scrittore. È il Saint-Exupéry che Bompiani ha riunito sotto il titolo Il sogno del volo. Scritti sull’aviazione, con postfazione di Françoise Gerbod, la stessa curatrice che firmò l’edizione della Pléiade Gallimard.

Il libro non è un’opera concepita unitariamente dall’autore (cosa che sarebbe utile chiarire al lettore meno avvertito, perché la scheda editoriale lo dice solo a metà): è un montaggio postumo di testi giornalistici, racconti brevi e prefazioni che attraversano un quindicennio di scrittura aeronautica, da L’Aviatore del 1926 (la novella apparsa su Le Navire d’argent, nucleo embrionale di quello che sarebbe diventato Corriere del Sud) fino agli articoli più maturi degli anni Trenta su Mermoz, Guillaumet, l’Aéropostale, la Mauritania, il Salone dell’aeronautica del 1934. Sono scritti di occasione, e proprio per questo preziosi: mostrano come il mito del volo si stava costruendo nella prosa francese mentre l’aviazione commerciale viveva la sua infanzia eroica, prima che diventasse l’industria che oggi conosciamo.

C’è una tensione che attraversa tutte queste pagine, ed è la stessa che renderà universale Terra degli uomini: il volo come mestiere prima che come metafora. Saint-Exupéry non parla mai dell’aviazione come sport, lo dice esplicitamente in uno dei pezzi più noti raccolti qui (l’omonima prefazione al libro di Maurice Bourdet, Servitude et grandeur de l’aviation), e questa distinzione non è retorica: è la chiave per capire perché la sua scrittura aeronautica resista al tempo mentre quella di tanti suoi contemporanei (i piloti scrittori degli anni Venti e Trenta, da Joseph Kessel agli aviatori italiani della rivista Icaro) sia oggi materiale per specialisti.

Saint-Exupéry tratta il volo come una forma di lavoro che produce conoscenza del mondo, dove ogni rotta è un atto di civiltà che collega punti remoti, dove ogni equipaggio è una piccola comunità con codici propri, dove la rottura del motore o la nebbia sull’aerodromo non sono incidenti narrativi ma occasioni di pensiero. La pagina su Mortier che si schianta nella nebbia (in L’Aviatore) non è il bozzetto di un giovane autore: è già l’etica del cielo che troveremo, una decina di anni dopo, nel salvataggio di Guillaumet sulle Ande.

I testi su Jean Mermoz meritano un capitolo a parte, perché documentano qualcosa che la storiografia aeronautica restituisce solo parzialmente. Quando Saint-Exupéry scrive di Mermoz nel 1933, e poi più diffusamente dopo la sua scomparsa nell’Atlantico Sud nel dicembre 1936, sta facendo allo stesso tempo necrologio, militanza professionale (l’Aéropostale era stata travolta nel 1931 da uno scandalo politico-finanziario di cui i piloti erano vittime collaterali) e costruzione di un pantheon civile. Il pilota dell’Aéropostale diventa, sotto la sua penna, una figura morale prima ancora che eroica: l’uomo che porta la posta da Tolosa a Santiago del Cile non sta facendo un’impresa, sta tessendo un legame, e il fatto che muoia nel farlo non è il prezzo dell’avventura ma la conseguenza accettata di un mestiere serio. È questa torsione, dal racconto avventuroso al ragionamento etico, che rende Saint-Exupéry uno scrittore d’aviazione e non un cronista di voli.

Sul piano editoriale qualche annotazione si impone. Il volume è breve (154 pagine), il prezzo accessibile, la traduzione italiana è quella consolidata Bompiani che il lettore italiano conosce dalle altre opere dell’autore. La postfazione di Françoise Gerbod offre l’inquadramento filologico necessario per orientarsi nei testi, e ricostruisce il contesto in cui ciascuno fu scritto e pubblicato. Quello che manca, nell’edizione italiana, è un apparato critico più articolato che dia conto delle riprese (alcuni di questi articoli furono poi rielaborati e confluiti, anche letteralmente, in Terra degli uomini: il pezzo su Gager e il vecchio Caïd in Mauritania, ad esempio, riemerge nel capitolo VI). Per un lettore curioso di vedere come Saint-Exupéry rielaborava sé stesso, il confronto a fronte sarebbe stato illuminante. È un limite che si fa sentire soprattutto se si conosce l’edizione Pléiade del 1994, dove l’apparato di varianti e datazioni costituisce buona parte del valore filologico.

Il libro va letto, dunque, sapendo cos’è. Non è un’introduzione a Saint-Exupéry (per quella restano Volo di notte e Terra degli uomini), e non è un’opera autonoma. È un dietro le quinte: il laboratorio di una scrittura che stava trovando la propria forma mentre l’aviazione di linea stava trovando la propria. Ed è proprio questa contemporaneità a renderlo interessante per chi guarda al volo come a un sistema, non come a un’icona.

Negli anni in cui Saint-Exupéry scriveva, le rotte commerciali si stabilizzavano, le compagnie nazionali nascevano sulle ceneri di quelle pioneristiche (Air France fu fondata nel 1933, da una fusione che assorbiva proprio l’Aéropostale post-scandalo), gli aerei smettevano di essere prototipi e diventavano flotte, l’idea stessa di trasporto aereo si separava da quella di prodezza individuale. I testi raccolti qui registrano questo passaggio dall’interno, scritti da chi lo stava attraversando in cabina di pilotaggio, e leggerli oggi (in un momento in cui l’aviazione affronta transizioni altrettanto radicali, dalla decarbonizzazione alle ristrutturazioni industriali del trasporto regionale) restituisce una prospettiva storica utile: ricorda che ogni epoca dell’aviazione ha vissuto la propria fine come perdita di un’età dell’oro, e che ogni epoca successiva ha costruito la propria mitologia.

Una nota infine per il lettore italiano specializzato. Chi cerca una lettura completa degli scritti aeronautici di Saint-Exupéry può integrare questo volume con Reportage (sempre Bompiani) e con Scali in Patagonia e altri scritti (curato da Maurizio Ferrara per Passigli, 2015), che offrono il versante reportagistico più maturo (Spagna, Russia, Sud America). Insieme, i tre volumi costituiscono il corpus non-narrativo dell’autore, ed è in quella zona di confine tra cronaca, ricordo e meditazione che Saint-Exupéry dà il meglio di sé.

Si parte da una raccolta di pezzi sparsi e si arriva, leggendo, a un ritratto del Novecento aeronautico nel suo momento aurorale. Pochi libri di queste dimensioni rendono altrettanto.

The Flying Guru

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