L’altro tricolore: l’MD-80 e l’Italia che si raggiungeva da sola

Per trent'anni l'MD-80 Alitalia è stato l'aereo feriale d'Italia: la navetta, gli aerei col nome delle città, il congedo del 2012 con le Frecce.

Verso la fine della mattinata, dieci aerei passeranno sopra l’Altare della Patria lasciando una scia di verde, bianco e rosso, e tutta Italia guarderà in alto per la stessa ragione. È il tricolore della cerimonia, la bandiera in parata, l’immagine con cui la Repubblica festeggia se stessa da quasi ottant’anni.

C’è stato però un altro tricolore nel cielo italiano. Non passava una volta l’anno e non lo fotografava nessuno: volava ogni giorno, tutti i giorni, per trent’anni, sulla coda di un aereo che portava il nome di una città italiana. Il 16 gennaio 1984 il primo McDonnell Douglas MD-80 entrato in servizio per Alitalia, marche I-DAWA, si chiamava “Roma” e collegò Roma a Palermo. Un aereo di nome Roma che portava gli italiani in Sicilia: l’altro modo in cui la bandiera prendeva quota, quello feriale.

Un aereo arrivato quasi per caso

In Alitalia, quell’aereo ci finì quasi per sbaglio. Nel 1983 dovevano arrivare gli ultimi due Boeing 727 della flotta, già verniciati nei colori della compagnia, a un passo dalla consegna; all’ultimo l’ordine venne convertito in MD-80, e i 727 non li ritirò nessuno. I vertici, per la verità, avrebbero preferito il Boeing 737. L’Airbus era escluso in partenza, e non per motivi tecnici.

A decidere non era davvero il consiglio di amministrazione, ma chi la compagnia la controllava: lo Stato, attraverso l’IRI e i ministeri. Scegliere americano significava non smarcarsi da Washington nel pieno della Guerra fredda; scegliere McDonnell Douglas, in particolare, significava lavoro per l’industria italiana, perché Aeritalia era dentro i programmi dei costruttori statunitensi e quelle commesse si traducevano in ore di officina e compensazioni.

Quando l’11 dicembre 1983, a Long Beach, in California, i primi due esemplari vennero consegnati ad Alitalia, a fare gli onori c’era Romano Prodi, allora presidente dell’IRI. L’aereo su cui sarebbe salita una generazione di italiani nasceva da un calcolo che con il volo aveva poco a che vedere.

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Il sistema nervoso del Paese

Una volta in linea, l’MD-80 diventò un’altra cosa: l’ossatura del modo in cui l’Italia si muoveva dentro i propri confini. Alitalia ne mise insieme una novantina, una delle flotte più grandi al mondo, seconda solo a quella di American Airlines; in quasi trent’anni ci salirono più di quaranta milioni di persone. Era l’aereo della navetta tra Linate e Fiumicino, mezz’ora dietro l’altra, gente con la valigetta che il lunedì saliva a Milano e il venerdì tornava giù; era l’aereo che scendeva a Palermo, a Catania, a Cagliari, a Lamezia, e ricuciva ogni giorno la distanza tra il Nord dove si lavorava e il Sud da cui si era partiti. Non c’era niente di cerimonioso, in tutto questo. C’era un Paese che si spostava per andare a fare le sue cose.

C’è poi un dettaglio che lo rende diverso da qualunque altro aereo: Alitalia li battezzava tutti con i nomi delle città italiane. C’erano un “Roma” e un “Milano”; l’ultimo della serie si sarebbe chiamato “Siracusa”.

Per trent’anni il Paese si è sorvolato addosso a bordo di aerei che portavano scritto il nome dei luoghi che mettevano in contatto, una specie di carta geografica che si spostava da sola sopra la penisola. Un aereo di nome Roma che atterra a Palermo dice, in fondo, la stessa cosa che dice una Repubblica: che quei posti, lì, stanno insieme.

Il Jumbo era il sogno, la grande trasvolata oceanica; l’MD-80 era il quotidiano. Fu l’aereo che tolse al volo l’aura del lusso e lo trasformò in un mezzo come gli altri, qualcosa che prima o poi prendevano tutti. Quello che la Cinquecento era stata per le strade, il Mad Dog lo fu per i cieli interni: niente di speciale, e per questo dappertutto.

Com’era, da dentro

Discendeva in linea diretta dal DC-9, e si vedeva. I due motori montati in coda, la coda a T, la fusoliera lunga e stretta che agli equipaggi era valsa il soprannome di “Tubo”, mentre gli appassionati preferivano “Mad Dog”. Si saliva spesso dalla scaletta sotto la coda, come da nessun altro aereo di linea, e già quello era un piccolo rito.

Poi c’era il suono, quello che chi ha volato in quegli anni riconoscerebbe a occhi chiusi. I JT8D piazzati dietro la cabina assordavano chi sedeva nelle ultime file; nelle prime, invece, il silenzio era tale che il decollo somigliava più a una planata che a una spinta, e bastava cambiare posto per volare in due aerei diversi. Era una macchina che si pilotava con le mani, senza troppe mediazioni elettroniche tra l’intenzione e il comando, e che restò in cima alle classifiche di affidabilità anche quando di anni ne aveva ormai parecchi. Un aereo onesto, di quelli che fanno il loro mestiere e non chiedono di essere ammirati.

Il congedo, e le Frecce

L’MD-80 uscì di scena prima della compagnia. Una differenza che conta. Il 17 dicembre 2012, mentre Alitalia volava ancora, l’ultimo esemplare venne salutato con un volo celebrativo. Si chiamava “Siracusa”, marche I-DATI. Nei cieli del Nordest, ad accompagnarlo, arrivarono le Frecce Tricolori, e il comandante, toccata terra, ringraziò l’aereo come si ringrazia una persona.

Le stesse Frecce che dopodomani disegneranno il tricolore sopra Roma per gli ottant’anni della Repubblica avevano reso onore, quel pomeriggio, all’aereo feriale che la Repubblica l’aveva tenuta insieme da dentro per trent’anni. La parata e l’aereo da lavoro, che si salutano in cielo. Da qualche parte, oggi, un velivolo che si chiamava “Siracusa” non vola più verso Palermo; ma quei nomi, e il Paese che disegnavano volandoci sopra, sono rimasti dov’erano.

The Flying Guru

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