Nel 2026 Lufthansa celebra cento anni di storia. È un anniversario che racconta l’evoluzione del trasporto aereo europeo, il progresso tecnologico e l’espansione globale di una compagnia diventata simbolo dell’aviazione civile tedesca. Ma è anche un anniversario che riporta al centro il periodo più oscuro della sua esistenza: gli anni del nazionalsocialismo, quando Lufthansa fu parte integrante del sistema del Terzo Reich e ne condivise responsabilità, scelte e conseguenze.
La compagnia non lo rimuove. Al contrario, lo espone apertamente, lo definisce senza ambiguità come “il capitolo più buio della sua storia” e lo affronta sulla base di ricerche storiche commissionate e rese pubbliche. È una scelta che distingue questo centenario da molte celebrazioni aziendali: non solo memoria selettiva, ma confronto diretto con il passato.
Negli anni Trenta del secolo scorso Lufthansa non fu un semplice operatore civile che continuava a volare mentre la Germania cambiava volto. Divenne parte del sistema nazista, contribuendo attivamente al suo progetto di riarmo militare. La compagnia collaborò con il regime nella formazione dei piloti destinati alla Luftwaffe e mise le proprie competenze tecniche al servizio dell’apparato bellico. L’aviazione civile, in quel contesto, non era separata dalla preparazione alla guerra, ma ne costituiva una componente funzionale.
È una fase storica segnata da una contraddizione profonda. Da un lato, Lufthansa raggiunge traguardi rilevanti per la storia del volo. Nel 1937 il volo transcontinentale attraverso il Pamir verso l’Asia orientale rappresenta un avanzamento tecnico notevole. Le rotte postali verso il Sud America riducono drasticamente i tempi di consegna. Nuovi strumenti di bordo rendono il volo più affidabile durante tutto l’anno. Dall’altro lato, questi progressi si sviluppano all’interno di un sistema politico fondato sulla repressione, sulla guerra e sullo sfruttamento.
Dal 1940 questa contraddizione assume una forma ancora più esplicita. Nelle officine Lufthansa iniziano a lavorare manodopera coatta e lavoratori forzati provenienti dall’estero, impiegati per mantenere operative le attività durante il conflitto. La documentazione storica dimostra come il funzionamento dell’azienda in tempo di guerra sia stato reso possibile anche grazie a questo sfruttamento sistematico. La modernizzazione tecnica e la continuità operativa furono accompagnate da pratiche disumane, inserite pienamente nel quadro economico e industriale del Reich.
Su questo aspetto Lufthansa ha scelto di basarsi su un’indagine storica approfondita. Lo studio di Lutz Budraß, dedicato al ruolo dei lavoratori stranieri e forzati all’interno della compagnia durante la Seconda guerra mondiale, ricostruisce con rigore documentale le modalità di impiego, il contesto e le responsabilità aziendali. È una ricerca commissionata dalla stessa Lufthansa e resa disponibile attraverso il proprio archivio storico. Un passaggio rilevante, perché segna il riconoscimento formale delle responsabilità e la volontà di non lasciare questo capitolo nell’ambiguità.
Il documento storico dettaglia una gerarchia razziale spietata all’interno delle officine di riparazione (come quelle di Staaken, Tempelhof e Lipsia). I lavoratori dell’Europa occidentale (francesi, olandesi) ricevevano un trattamento, seppur duro, migliore rispetto ai cosiddetti “Ostarbeiter” (lavoratori dell’Est, sovietici e polacchi), che vivevano in condizioni igieniche disastrose, spesso affamati e segregati in baracche recintate da filo spinato. Uno dei passaggi più agghiaccianti dello studio menziona la presenza di “bambini e neonati” nei campi per i lavoratori dell’Est, deportati insieme alle madri, vittime collaterali di un sistema industriale disumano.
Contrariamente alla narrazione che per decenni ha dipinto la Lufthansa come un’entità focalizzata solo sul trasporto aereo, gli archivi dimostrano che la compagnia si convertì in un vero e proprio produttore di armamenti. A partire dal 1939, Lufthansa assunse l’incarico di assemblare i dispositivi radar “Würzburg” per la difesa antiaerea. Per questo progetto, fondamentale per la guerra aerea, vennero impiegati ebrei costretti ai lavori forzati.
Lo studio di Budraß documenta la segregazione umiliante a cui erano sottoposti questi lavoratori: separati fisicamente dagli altri, costretti a utilizzare servizi igienici dedicati e marchiati (“Juden-Abort”), lavoravano sotto la costante minaccia di deportazione. Non si trattava di incidenti di percorso, ma di una sistematica applicazione dell’ideologia nazista all’interno delle strutture aziendali.
Per anni, nel dopoguerra, ha resistito il mito di una Lufthansa “tecnica” e apolitica. Nel luglio 1946, l’ex membro del consiglio Martin Wronsky tentò di redigere un rapporto che dipingeva la compagnia come una vittima delle circostanze, che aveva trattato i suoi lavoratori stranieri “come ospiti”.
Oggi invece nel raccontare la propria storia, Lufthansa chiarisce di non voler limitare la memoria ai capitoli successivi alla guerra, alla ricostruzione o alla rinascita del marchio nel dopoguerra. Gli anni che vanno dalla fondazione alla dissoluzione della prima Lufthansa fanno parte integrante della sua identità storica. Sono anni che includono scelte industriali, collaborazioni politiche e conseguenze umane che non possono essere separate dal contesto in cui sono maturate.
Il centenario diventa così anche un momento di presa di posizione. Lufthansa riconosce il proprio coinvolgimento nel sistema nazista, ne ammette le colpe e si confronta con le proprie responsabilità storiche. Non come gesto simbolico, ma come risultato di un lavoro di ricerca e di esposizione pubblica dei fatti. In un settore, quello dell’aviazione, spesso celebrato solo per i suoi successi tecnologici, questo passaggio introduce una dimensione diversa: quella della responsabilità storica di un’impresa che ha attraversato uno dei periodi più tragici del Novecento europeo.
Il racconto dei cento anni di Lufthansa non è quindi solo una narrazione di progresso e di crescita. È anche la storia di un’azienda che ha operato dentro un regime criminale e che oggi sceglie di dirlo apertamente, senza attenuanti. È una memoria scomoda, ma necessaria. Ed è da questa consapevolezza che prende forma il significato più profondo di questo anniversario.
The Flying Guru
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