Nel 1923 l’Italia diventa il primo paese al mondo a istituire un’arma aerea indipendente. Ottant’anni dopo, Paolo Ferrari ricostruisce quella vicenda in L’aeronautica italiana, pubblicato da FrancoAngeli nel 2004: non un’ennesima cronologia di velivoli e assi, ma un’analisi delle dinamiche istituzionali, economiche e strategiche che hanno plasmato la Regia Aeronautica prima e l’Aeronautica Militare poi.
Dalle origini al secondo dopoguerra
Ferrari, storico militare con una solida produzione accademica alle spalle, adotta un approccio che privilegia i processi decisionali rispetto alle imprese belliche. La nascita dell’arma aerea viene collocata nel contesto della competizione tra esercito e marina per il controllo delle risorse, mentre il ruolo di Italo Balbo emerge più come operazione di costruzione del consenso che come pura leadership operativa. Le trasvolate atlantiche, i record di velocità, la retorica dell'”ala fascista”: tutto viene riletto attraverso il filtro della politica industriale e della propaganda di regime.
Il volume dedica ampio spazio agli anni Trenta, quando la dottrina del bombardamento strategico di Douhet incontra (e spesso si scontra) con i vincoli di bilancio e le carenze produttive dell’industria nazionale. Ferrari documenta il divario crescente tra l’immagine pubblica di una forza aerea all’avanguardia e la realtà di una flotta che nel 1940 schierava ancora troppi biplani e monomotori obsoleti.
Guerra e ricostruzione
La Seconda guerra mondiale occupa una sezione centrale, ma senza cedere alla tentazione del racconto episodico. L’autore si concentra sul collasso organizzativo del 1943, sulla cobelligeranza e sulla difficile transizione verso la Repubblica. Emerge un quadro in cui le scelte tecniche (quali aerei acquistare, quali produrre su licenza) sono sempre subordinate a logiche politiche e alleanze internazionali.
Il dopoguerra viene trattato con pari attenzione: l’ingresso nella NATO, l’adozione dei primi jet americani, la ricostruzione delle infrastrutture. Ferrari evita la celebrazione acritica del “miracolo” aeronautico italiano, preferendo mostrare le tensioni tra autonomia nazionale e dipendenza atlantica, tra ambizioni di industria autoctona (il G.91, il progetto Fiat G.222) e la realtà degli acquisti esteri.
Un testo per chi cerca profondità
Il limite principale del volume sta nella sua natura accademica: lo stile è denso, le note abbondanti, il ritmo non sempre agile. Non è una lettura da ombrellone, né un picture book da sfogliare. Ma per chi vuole capire perché l’aeronautica italiana ha avuto la forma che ha avuto (e non un’altra), questo resta uno dei pochi testi in lingua italiana a offrire una visione d’insieme documentata e problematica.
A vent’anni dalla pubblicazione, L’aeronautica italiana mantiene la sua utilità come punto di partenza per qualsiasi ricerca seria sul potere aereo nel nostro paese. Un lavoro che non racconta eroi, ma istituzioni.
The Flying Guru
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