Kyiv sotto il fuoco russo, Zelensky chiede agli USA le licenze per i Patriot

Dopo una delle notti più pesanti degli ultimi mesi su Kyiv, Zelensky sollecita Washington a decidere sulle licenze per produrre intercettori Patriot, mentre l'Ucraina affronta nuovi attacchi con missili balistici, ipersonici e centinaia di droni.

Nella notte tra l’1 e il 2 luglio 2026 l’attacco russo su Kyiv è stato uno dei più pesanti degli ultimi mesi. Prima i droni, poi i missili, in ondate successive e con traiettorie diverse, con armi lanciate da terra, dal mare e dall’aria. L’allarme aereo sulla capitale è durato circa 11 ore. All’alba i soccorritori lavoravano ancora tra le macerie, diversi edifici bruciavano e la metropolitana era tornata a funzionare da rifugio.

Secondo l’Aeronautica militare ucraina, la Russia ha lanciato 570 mezzi d’attacco: 74 missili e 496 droni di vario tipo. Le difese hanno dichiarato di aver abbattuto o neutralizzato 48 missili e 476 droni. Sono però arrivati a destinazione 25 missili balistici e 12 droni, che hanno colpito 33 località. Kyiv era l’obiettivo principale.

Le esplosioni si sono succedute per ore. Le immagini diffuse nella mattinata mostrano incendi in più distretti, edifici residenziali colpiti, facciate sventrate, piani collassati. Nel distretto di Darnytskyi, secondo il sindaco Vitali Klitschko, 6 piani di un palazzo di 9 sono crollati dopo un impatto diretto. Il bilancio provvisorio è salito prima ad almeno 13 morti, poi ad almeno 17 secondo gli aggiornamenti successivi, con decine di feriti.

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Gran parte della popolazione ha passato la notte nei rifugi. La metropolitana, come nei mesi più duri dell’invasione, ha ospitato famiglie, anziani e bambini lungo le banchine, mentre ogni nuova ondata riapriva l’allarme e ritardava l’intervento dei soccorsi.

Tra i siti colpiti o danneggiati risultano edifici residenziali, un hotel, una stazione di ambulanze, un istituto di ricerca e diverse attività economiche. Mosca ha sostenuto che l’attacco fosse diretto contro infrastrutture militari ed energetiche. Le autorità ucraine hanno documentato danni estesi in aree civili della capitale.

La componente aeronautica dà la misura dell’operazione. I missili da crociera possono essere lanciati da bombardieri strategici e da unità navali. Gli Iskander, se confermati nell’impiego notturno, rientrano nella minaccia balistica a corto raggio. I droni Shahed e le varianti russe Geran sono ormai l’elemento più visibile della pressione quotidiana: costano molto meno di un missile, vengono prodotti in numeri crescenti e servono a logorare la rete difensiva. Le versioni a getto, segnalate da fonti ucraine e da analisti open source, aumentano velocità e difficoltà di intercettazione.

Sul piano militare, la difesa ucraina ha retto l’urto senza riuscire tuttavia a fermare la pesante ondata degli attacchi. Intercettare 524 bersagli su 570 ha limitato una distruzione che sarebbe stata molto più ampia, ma i vettori passati erano in gran parte balistici e hanno colpito condomini e infrastrutture urbane. In questo quadro va letta la richiesta di Volodymyr Zelensky agli Stati Uniti sulle licenze Patriot.

Il presidente ucraino ha chiesto una decisione americana sulle licenze per produrre sistemi e intercettori Patriot. La richiesta era già stata presentata al presidente Donald Trump il 16 giugno 2026, a margine del G7 di Évian. Kyiv vuole produrre in Ucraina, o in collaborazione con partner europei, capacità antibalistiche di progettazione statunitense, perché le forniture esterne non tengono il passo con il consumo reale della difesa aerea.

Il Patriot resta il sistema più importante dell’arsenale ucraino contro i missili balistici. Gli intercettori PAC 3 sono costosi e lenti da produrre, e ogni attacco su questa scala erode le scorte, costringendo a concentrare le batterie disponibili su alcuni obiettivi e a scoprirne altri. La copertura totale non esiste per Kyiv né per le altre città esposte, e la Russia cerca proprio i punti dove la rete è più larga.

La richiesta sulle licenze ha anche una dimensione industriale. Kyiv non chiede solo altre batterie e altri missili dai depositi occidentali, ma di entrare nella produzione, riducendo la dipendenza dai tempi politici di Washington e dai limiti industriali dei partner. Il percorso presenta ostacoli rilevanti (proprietà intellettuale, componenti critici, sicurezza degli impianti, filiere, tempi di certificazione, controllo statunitense sulle tecnologie) e non produce effetti immediati sulle scorte. Indica però la direzione della guerra aerea: la capacità di produrre intercettori più velocemente di quanto il nemico consumi missili e droni sta diventando il fattore decisivo.

Sostenibilità difese aeree: perché intercettare non basta
Army Patriot Launch Station operator/maintainers Bravo Battery 1-43 Air Defense Artillery, hold a tag line to keep a missle canister steady during a guided-missile transporter reload certification activity at a non-disclosed Southwest Asia location, Feb. 12, 2010. (U.S. Air Force photo by Tech. Sgt. Michelle Larche)

L’attacco ha avuto effetti anche fuori dall’Ucraina. La Polonia ha fatto decollare caccia in via precauzionale e ha alzato la prontezza della difesa aerea terrestre e della sorveglianza radar, precisando poi che non ci sono state violazioni dello spazio aereo nazionale.

La Finlandia ha introdotto una restrizione temporanea al traffico aereo sul Golfo di Finlandia orientale, poi revocata. Ogni grande attacco russo mette in movimento radar, caccia e procedure di emergenza ben oltre i confini ucraini, e la richiesta di Zelensky va misurata su questa scala.

Foto in apertura: Mark Holloway from Beatty, Nevada, USA su Wikimedia (licenza CC BY 2.0, via Openverse).

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