Nella notte tra il 9 e il 10 settembre la Polonia ha abbattuto per la prima volta droni russi entrati nello spazio aereo nazionale, durante un massiccio attacco di Mosca contro l’Ucraina. È il premier Donald Tusk a definire l’episodio “il primo test per il nostro esercito, i nostri alleati e le nostre procedure” e a parlare di “provocazione su larga scala” da parte del Cremlino.
Secondo lo Stato Maggiore, l’azione congiunta di caccia polacchi e NATO ha portato all’abbattimento di più velivoli senza pilota che rappresentavano “una minaccia diretta” al Paese. Non ci sono vittime, mentre continua la ricerca dei rottami caduti nelle regioni orientali. Varsavia ha reagito chiudendo temporaneamente lo spazio aereo, sospendendo i voli a Chopin, Modlin, Rzeszów e Lublino. In mattinata è stata annunciata una riapertura lenta e prudenziale.
In Polonia, per intercettare i droni russi, sono stati impiegati anche gli E-550A (designazione militare del G-550 CAEW “Conformal Airborne Early Warning”) Italiani da ricognizione, oltre agli F-35 olandesi e ai caccia F-16 polacchi, ha dichiarato una fonte della Nato.
Mesi di incursioni ignorate
L’abbattimento di stanotte segna una svolta perché arriva dopo una serie di violazioni rimaste senza risposta. Come ad agosto dove un drone Shahed aveva sorvolato indisturbato la Polonia per oltre due ore e mezza prima di schiantarsi nel villaggio di Osiny, a circa 200 km dal confine. Ancora a inizio settembre un drone-esca Gerbera era caduto vicino a Majdan Sielce, nel Lublinese. Varsavia lo aveva però descritto come un velivolo “privo di caratteristiche militari”.
E pochissimi giorni fa, durante il più grande raid russo finora documentato, un drone ha attraversato il confine dalla Volinia sorvolando per più di mezz’ora lo spazio aereo polacco, puntando verso Zamość. I radar lo hanno seguito fino alla sua scomparsa dai tracciamenti e di lui non si è più saputo nulla.
Per settimane la narrativa ufficiale è stata quella della “massima prontezza”. Nella realtà, nessuno dei droni entrati in Polonia era stato fermato.

Il cambio di passo
Stanotte, invece, la reazione è stata immediata: “Le procedure hanno funzionato, il processo decisionale è stato impeccabile, la minaccia eliminata grazie alla determinazione dei comandanti, dei soldati e degli alleati” ha detto il primo ministro polacco Tusk.
Il premier ha anche sottolineato che si tratta della prima volta in cui droni russi vengono abbattuti su territorio NATO, e che la Polonia resta in contatto costante con gli alleati e il segretario generale Mark Rutte.
Allo stesso tempo, ha cercato di rassicurare la popolazione: “Non c’è ragione di farsi prendere dal panico. La vita continuerà normalmente. Questa situazione dimostra però quanto siano cruciali gli investimenti, il coordinamento e procedure semplici per reagire in modo adeguato”.
Primo test, ma dopo quante prove mancate?
Definire quello di stanotte un “primo test riuscito” mette in luce, però, che fino a ieri i test erano stati falliti. Per settimane droni russi hanno attraversato i cieli polacchi indisturbati, con comunicati che parlavano di “prontezza” ma nessuna azione concreta. Solo ora, di fronte a una violazione plateale, Varsavia ha scelto di reagire con forza.
Un cambio di postura che arriva tardi, ma che segna una cesura: per la prima volta la Polonia e i suoi alleati hanno trasformato gli allarmi radar in intercettazioni reali. Questa volta non si è trattato solo di monitoraggio, ma di un’azione diretta in difesa del proprio spazio aereo. Resta da capire se questa fermezza sarà mantenuta anche nei prossimi tentativi di Mosca, con la consapevolezza che ogni risposta militare di una nazione NATO può aprire la strada a un’escalation difficile da controllare.
The Flying Guru
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