Il 3 febbraio 1998 la Val di Fiemme divenne il centro di una delle pagine più controverse nei rapporti tra Italia e Stati Uniti in tempo di pace. La caduta della cabina della funivia del Cermis, causata dal passaggio a bassa quota di un EA6B Prowler dei Marines, fu un incidente che mostrò fragilità normative, procedure non rispettate e limiti strutturali nella gestione degli addestramenti NATO in aree civili. Venti persone morirono sul colpo. Nessuno sopravvisse.

La ricostruzione ufficiale è ormai consolidata. Quel pomeriggio il Prowler era impegnato in un volo di addestramento a bassa quota, partito dalla base di Aviano. La traiettoria prevista prevedeva un passaggio a quota superiore rispetto ai cavi della funivia, e anche la velocità doveva essere inferiore a quella mantenuta nei secondi che precedettero l’impatto. Alle 15:13 l’aereo tranciò il cavo portante con l’ala e proseguì la sua corsa verso la pianura friulana. La cabina cadde da un’altezza di circa ottanta metri. La scena che i soccorritori trovarono nella neve è rimasta impressa nella memoria di un’intera comunità alpina.
I quattro membri dell’equipaggio riuscirono a rientrare alla base. L’EA6B riportò danni evidenti all’ala e al carrello, ma nessuno dei militari rimase ferito. Nelle ore successive emersero le prime anomalie: l’altitudine registrata non corrispondeva alle prescrizioni, la velocità era eccessiva e a bordo era presente una videocamera, dettaglio che aprì interrogativi sul reale contenuto del volo. Una parte della strumentazione del Prowler risultò inservibile dopo l’impatto, e la dinamica rese subito chiara la responsabilità della collisione.
Il punto cruciale diventò però la gestione giudiziaria. In base agli accordi NATO, i militari statunitensi vennero giudicati negli Stati Uniti. Il processo si svolse a Camp Lejeune, in North Carolina. L’accusa principale era omicidio colposo plurimo. L’esito fu un’assoluzione piena. La tesi dei difensori puntava sulle mappe non aggiornate e sulle difficoltà di orientamento nel volo a bassissima quota. La giuria accettò questa linea. Nessuna responsabilità penale per l’impatto con la funivia.
Un secondo procedimento portò alla sola condanna dei due aviatori che avevano distrutto la videocassetta girata durante il volo. Ci fu la radiazione dal servizio. Nulla di più. Per le famiglie delle vittime arrivarono i risarcimenti stanziati da Washington. L’Italia accettò l’accordo economico e una commissione mista definì le misure per ridurre i rischi nei corridoi di addestramento.
Rimane la questione centrale: un aereo militare Statunitense in addestramento tranciò un cavo di una funivia civile causando venti morti e nessun responsabile fu condannato per il fatto in sé. È un esito che ha lasciato una traccia profonda. La vicenda del Cermis continua a rappresentare un caso di studio sulla responsabilità operativa, sulla trasparenza delle indagini e sulla capacità degli Stati di tutelare i propri cittadini quando l’incidente coinvolge alleati strategici.
Non è un giudizio, è una constatazione. La dinamica del 1998 è chiara. Anche il finale lo è. E a distanza di oltre venticinque anni resta una sensazione di irrisolto, segnata più dalle firme su documenti diplomatici che dalla ricerca completa delle responsabilità operative di quel pomeriggio sulle Alpi.
The Flying Guru
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