Japan Airlines 123: anatomia di una tragedia

Il 12 agosto 1985, alle 18:12, il Boeing 747-SR46 con marche JA8119 decollò da Tokyo Haneda diretto a Osaka. Era il volo Japan Airlines 123, uno dei collegamenti interni più frequentati del Paese; a bordo vi erano 509 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio. Al comando c’era Masami Takahama, 49 anni, con oltre 12.000 ore di volo alle spalle; con lui volavano il primo ufficiale Yutaka Sasaki e l’ingegnere di volo Hiroshi Fukuda.

Dodici minuti dopo il decollo, mentre l’aereo sorvolava la baia di Sagami, un boato improvviso squarciò la fusoliera: la paratia stagna posteriore cedette di colpo. Quella struttura era stata danneggiata nel 1978 in un tail strike a Osaka; Boeing l’aveva riparata con una giunzione montata in modo errato, utilizzando una sola fila di rivetti invece delle due previste. Per anni, la fatica del metallo aveva lavorato in silenzio, fino al collasso.

La decompressione esplosiva staccò lo stabilizzatore verticale e recise tutte e quattro le linee idrauliche. In un istante, il 747 perse ogni comando aerodinamico: alettoni, timone e stabilizzatore orizzontale non risposero più. L’unico modo per controllarlo rimase variare la spinta dei motori, alternando la potenza interna ed esterna per forzare leggere virate o correzioni di assetto.

Per oltre mezz’ora l’equipaggio combatté con oscillazioni ampie e continue: beccheggi incontrollati (phugoid), rollii alternati (dutch roll), momenti di apparente recupero seguiti da nuove instabilità. Fu valutato il rientro su Haneda o una deviazione su Nagoya, ma ogni virata peggiorava la situazione. Alle 18:56, l’angolo di rollio aumentò bruscamente; il muso scese, la velocità crebbe, la discesa divenne irreversibile. L’impatto avvenne sul versante del monte Osutakayama, nella prefettura di Gunma, a circa 100 chilometri da Tokyo.

Su 524 persone a bordo, si salvarono in quattro: una hostess fuori servizio, una giovane donna e due bambine.

Tra i passeggeri vi era una famiglia che, poco dopo il decollo, aveva scattato alcune fotografie: volti sorridenti, paesaggi dall’oblò, la normalità di un volo domestico. Uno dei figli, Ryoichi Ogawa, aveva rinunciato all’ultimo momento a partire. La fotocamera fu recuperata tra i rottami: nelle ultime immagini si vedevano le maschere d’ossigeno calate e un’assistente di volo che invitava alla calma.

Anni dopo, Ogawa consegnò quelle fotografie al Safety Promotion Center di JAL, perché diventassero un monito permanente: in aviazione, nessun dettaglio era irrilevante; ogni intervento di manutenzione, ogni ispezione, ogni verifica faceva parte di un equilibrio che non ammetteva errori.

Il disastro del JL123 portò a una revisione globale delle procedure di riparazione e delle tecniche di ispezione delle paratie pressurizzate; Boeing introdusse controlli più stringenti e metodi di verifica non distruttivi. In Giappone, JAL istituì programmi di addestramento mirati e aprì un centro dedicato alla sicurezza operativa, dove furono conservati i reperti della tragedia.

Quasi quarant’anni dopo, il volo JL123 rimase il più grave incidente mai avvenuto a un singolo aeromobile: un caso di studio obbligato e una memoria che continuò a parlare, in silenzio, attraverso immagini e dati che nessun addetto ai lavori avrebbe potuto permettersi di dimenticare.

The Flying Guru

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