All’inizio di luglio 2026 Volotea ha conferito a FTI Consulting il mandato per una nuova ristrutturazione del debito. Terza in quattro anni. La compagnia spagnola a basso costo, con sede nelle Asturie, tratta di nuovo con la SEPI, la holding pubblica che nel 2022 le prestò 200 milioni di euro, e con le banche creditrici. Sul tavolo un passivo che sfiora i 315 milioni. La scelta di FTI, società specializzata nelle situazioni speciali, arriva dopo che Volotea aveva chiesto proposte a più consulenti e aveva puntato su chi conosce da vicino il modo di negoziare dell’ente pubblico.
La firma con uno studio legale è imminente. Secondo Mergermarket, ripresa da El Economista, lo studio incaricato sarebbe Pérez-Llorca, già attivo su dossier di ristrutturazione con la SEPI. Anche le banche coinvolte hanno cominciato a contattare advisor per assegnare i propri mandati nel corso di luglio. Il calendario, quindi, si apre adesso e si gioca sull’estate.
Il fondatore e amministratore delegato Carlos Muñoz aveva già raccontato in pubblico la traiettoria dell’indebitamento: da zero a 350 milioni durante la pandemia, poi la lenta discesa verso i 310. Parole di aprile 2025. Quindici mesi dopo la compagnia torna a bussare alla porta dei creditori.
Un passivo da 315 milioni con scadenza concentrata nel 2029
Il prestito principale sono i 200 milioni iniettati nel 2022 attraverso il Fondo di sostegno alla solvibilità delle imprese strategiche (in spagnolo FASEE). Rimborso in un’unica soluzione alla scadenza, fissata nel 2029. Fino ad allora il debito complessivo verso SEPI e banche si accumula: 42 milioni in scadenza nel 2027, una cifra simile nel 2028, il grosso (oltre 200 milioni) nel 2029. Gli esercizi immediati concentrano pagamenti per 31,3 milioni nel 2026 e 42 milioni nel 2027, secondo gli ultimi conti depositati.
Accanto al prestito partecipativo ci sono le linee bancarie con garanzia dell’ICO, l’istituto di credito ufficiale spagnolo. Il 27 luglio 2020 Volotea aveva chiuso un finanziamento sindacato da 144,6 milioni con un pool di banche spagnole e la partecipazione dell’ICO. Due nature di credito diverse. È qui che nasce il problema.
Due rinvii che hanno spostato le scadenze senza chiudere lo squilibrio
Il primo accordo risale all’estate 2024. Volotea ottenne di rinviare 36,9 milioni tra capitale e interessi in scadenza tra quell’anno e il successivo. Di quella somma, solo 14,5 milioni restarono sul 2025. I restanti 22,4 furono spinti nel periodo compreso tra il 2026 e il 2028. Il secondo accordo, firmato a metà 2025, differì 15,4 milioni di interessi da luglio 2025 ad aprile 2026 e ripartì un esborso di capitale da 10,9 milioni tra il 2026 e il 2028.
Due rinvii, nessuna riduzione. Le scadenze si sono spostate in avanti, il debito è rimasto. E il conto economico continua a raccontare la stessa cosa: perdite nette in ogni esercizio dal 2019, per un totale accumulato che supera i 500 milioni secondo la stampa economica spagnola.
Perché il prestito SEPI blocca la ristrutturazione del debito Volotea
Il nodo è tecnico prima che finanziario. Il prestito partecipativo della SEPI vale come credito pubblico. A differenza dei crediti garantiti dall’ICO, non può essere oggetto di stralcio. L’ente, che dipende dal Ministero delle Finanze, accetta soltanto ricalendarizzazioni, e con limiti stretti. Nessuna quita.
Da qui lo stallo. Le banche private e i fondi creditori rifiutano di assorbire perdite se la SEPI non condivide il sacrificio. Il risultato, già visto in altri dossier, è che le ristrutturazioni private finiscono per costruirsi al margine dell’ente statale, con gli acreedori che pattuiscono tra loro un accordo separato.
I precedenti spagnoli aiutano a leggere l’orizzonte temporale. La SEPI ha già allungato i calendari per recuperare il 35% residuo dei salvataggi Covid, concentrato in una decina di società. Duro Felguera e Imasa hanno ottenuto respiro fino al 2035 e al 2032, con stralci significativi ad alcuni creditori. Losán, finanziata con 35 milioni, è entrata in preconcorso e cerca un investitore. FTI ha lavorato su entrambi i fronti. Il messaggio implicito è che un esito, quando arriva, arriva lungo.
Il capitale fresco di Aegean e la Borsa rimandata
Le ristrutturazioni precedenti furono legate a un aumento di capitale. Fu la greca Aegean, insieme al fondo statunitense PAR Capital e al management guidato da Muñoz, a mettere sul tavolo 71 milioni. L’operazione si è chiusa a marzo 2026 con un’ultima tranche da 15 milioni. La quota di Aegean in Volotea è così salita oltre il 20%. Nel presentare la chiusura del round, Muñoz aveva rivendicato il risultato “nonostante l’instabilità in Medio Oriente”, con l’obiettivo di espandere la rete verso circa 430 rotte nel 2026 e aprire nuove basi in Francia.
Il denaro fresco, però, è servito a coprire scadenze più che a finanziare una trasformazione operativa. E il mercato aveva già dubitato della solidità del piano: il tentativo di quotazione in Borsa è rimasto in sospeso proprio per quelle incertezze. Senza un socio industriale di peso paragonabile, il paragone che circola tra gli osservatori spagnoli è quello di Air Europa, salvata dalla SEPI nel 2021 e poi confluita in Iberia dopo aver mancato la redditività autonoma [Speculazione: il paragone è indicativo, non un esito annunciato].
Cosa osservare nei prossimi mesi
Due segnali contano più di altri. Il primo è l’andamento delle trattative con banche e SEPI durante l’estate. Il secondo è la pubblicazione dei conti 2025. Volotea ha lasciato intendere che il 2025 sarà il suo miglior esercizio di sempre, ma non ha ancora dichiarato se prevede un ritorno all’utile netto. Senza quel dato, la ristrutturazione resta senza ancoraggio: difficile che banche e fondi accettino un altro rinvio, difficile che entri capitale fresco se la SEPI non allenta la posizione.
La domanda di fondo non riguarda un calendario di pagamenti. Riguarda la redditività. Sei esercizi in rosso pesano più di qualsiasi ricalendarizzazione, e finché il segno non cambia ogni accordo sposta soltanto la scadenza del problema.
The Flying Guru
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