Non era uno scherzo: il 747 dorato è davvero di Trump

Donald Trump non ha mai nascosto il suo gusto per l’ostentazione e il lusso. Questa propensione sembra aver trovato una nuova espressione nella controversa decisione degli Stati Uniti di accettare un Boeing 747-8 come dono dal governo del Qatar, destinato – almeno secondo le intenzioni della Casa Bianca – a diventare il nuovo Air Force One personale del presidente.

Ne avevo già scritto, sottolineando come l’aereo – ex jet della famiglia reale qatariota – fosse rimasto invenduto per anni, e di come il suo sbarco negli Stati Uniti sollevasse più di un interrogativo. Ora arrivano le conferme ufficiali, e con esse una pioggia di nuove informazioni che delineano uno scenario ancora più complesso e spinoso.



Il New York Times ha rivelato che il Dipartimento della Difesa ha formalmente accettato il jet, e che l’Aeronautica Militare è stata incaricata di valutarne la conversione urgente per l’uso presidenziale. La dichiarazione arriva direttamente dal portavoce del Pentagono, Sean Parnell: «Il Segretario della Difesa ha accettato un Boeing 747 dal Qatar in conformità con tutte le normative federali». Ma già in sede di audizione al Senato, il segretario dell’Aeronautica Troy Meink ha chiarito che saranno necessari «interventi significativi» per portare il velivolo a standard di sicurezza adeguati.

Il presidente Trump, da parte sua, ha confermato con entusiasmo: «Stanno dando all’Air Force un jet, ed è una cosa fantastica». Una dichiarazione che stride con le preoccupazioni bipartisan espresse al Congresso. La senatrice democratica Tammy Duckworth ha messo in guardia contro il rischio di «pressioni per tagliare sugli standard di sicurezza», mentre il leader democratico Chuck Schumer ha tentato (invano) di far approvare un disegno di legge per vietare l’uso di jet stranieri come Air Force One, definendo l’accordo «la più grande tangente straniera nella storia moderna».

«la più grande tangente straniera nella storia moderna»

Il premier qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha respinto al mittente ogni accusa di corruzione o influenza indebita, parlando di un gesto «di rispetto e collaborazione reciproca». Tuttavia, restano forti dubbi sull’opportunità politica e strategica dell’operazione. I costi stimati per la riconversione sfiorano il miliardo di dollari. E il mantenimento annuale di ciascun velivolo presidenziale supera i 135 milioni, secondo dati del Pentagono.

L’aereo, costruito nel 2012 e successivamente trasformato in un palazzo volante, è attualmente parcheggiato in un hangar a San Antonio. L’amministrazione avrebbe già considerato l’assegnazione dei lavori di riconversione a L3Harris, contractor della difesa, ma al momento non risultano contratti formalizzati.

A rendere il tutto ancora più surreale è il fatto che la flotta presidenziale è già in aggiornamento.

Boeing è al lavoro su due 747-8 destinati a sostituire gli attuali Air Force One, con consegna prevista per il 2027.

A detta di molti esperti – tra cui Marc J. Foulkrod, CEO di Avjet Global Sales – sarebbe molto più sensato accelerare quei lavori, invece di imbarcarsi nella riconversione costosa e potenzialmente rischiosa di un aereo donato da un Paese straniero.

Trump, però, è impaziente. Vuole l’aereo subito. Vuole salire su quell’enorme jet dorato, farlo diventare il suo simbolo volante, la nuova icona del potere americano firmato “Trump”.

Con buona pace delle implicazioni costituzionali, delle norme sugli emolumenti, delle tensioni geopolitiche e – soprattutto – della sicurezza nazionale, nel frattempo, la Trump Organization stringe accordi immobiliari in Qatar, con progetti per resort di lusso e operazioni turistiche. Insomma, Trump è tornato a fare quello che sa fare meglio: trasformare ogni incarico pubblico in un moltiplicatore di affari privati. E lo fa con la sicurezza di chi sa di poter contare sull’impunità politica concessa dal proprio elettorato.

The Flying Guru

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