I primi simulatori di volo: quando imparare a volare significava imparare a cadere

I primi simulatori di volo della storia nascono in Italia, durante la Prima guerra mondiale. Erano macchine rudimentali, ma aprirono la strada all’addestramento scientifico dei piloti quando il volo era ancora agli albori.

All’inizio del Novecento il volo era una conquista fragile e incerta. Gli aeroplani avevano da poco lasciato il suolo, ma già la Grande Guerra ne fece un’arma decisiva e costrinse le aviazioni a formare in fretta migliaia di nuovi piloti. Mancavano manuali, procedure standardizzate e soprattutto strumenti di addestramento: il rischio era quello di mandare in aria allievi impreparati, con conseguenze spesso fatali.

Fu in questo contesto che nacquero i primi rudimentali simulatori di volo, antesignani delle sofisticate macchine digitali di oggi. La loro funzione non era ancora quella di insegnare a manovrare un velivolo, ma di valutare l’equilibrio e l’orientamento spaziale del futuro pilota. In un’epoca in cui il volo strumentale non esisteva e l’orizzonte visivo era l’unico riferimento, capire se un allievo fosse in grado di percepire correttamente assetto e inclinazione era questione di vita o di morte.

Simulatore di volo composto da parte di fusoliera Bleriot XI - Foto d'epoca.

Il primo dispositivo utilizzato in Italia fu il cosiddetto simulatore Bleriot, che si basava sulla cabina del celebre Blériot XI, il monoplano monomotore progettato da Raymond Saulnier e con cui, il 25 luglio 1909, Louis Blériot compì la prima traversata aerea della Manica. Un velivolo che rivoluzionò le regole della progettazione aeronautica e divenne un simbolo delle origini del volo.

Il simulatore riproduceva in maniera sommaria quella cabina: l’allievo, bendato, veniva fatto accomodare all’interno mentre la carlinga veniva inclinata in assetto di rollio o beccheggio mediante un sistema di ruote dentate. Il compito era semplice solo in apparenza: indicare, attraverso un goniometro, la posizione della verticale percepita.

Lo scopo era quello di mettere alla prova l’organo dell’equilibrio, situato nell’orecchio interno, per verificare la capacità del candidato di orientarsi senza riferimenti visivi. In teoria, uno scarto troppo ampio rispetto alla verticale reale avrebbe decretato l’inidoneità al volo. In pratica, però, il sistema si rivelò impreciso: non restituiva mai errori tali da escludere i candidati, vanificando la selezione.

Composto da un seggiolino, una pedaliera e un volantino, con intorno un telaio di legno basculante che permette oltre al rollio e al beccheggio anche la simulazione dell’imbardata. Foto d'epoca.

Dalle lacune del Bleriot nacque una seconda macchina l’Herlitzka, progettata dal fisiologo Amedeo Herlitzka e oggi considerata un oggetto unico al mondo: il simulatore di volo a telaio basculante. La struttura era più complessa e, soprattutto, introduceva una novità fondamentale. Il posto di pilotaggio era montato su un telaio ligneo capace non solo di oscillare in rollio e beccheggio, ma anche di ruotare sull’asse verticale grazie a una rotaia circolare fissata al pavimento. In questo modo l’allievo poteva sperimentare sensazioni più vicine a quelle reali del volo, comprese le rotazioni che disorientavano maggiormente i piloti inesperti.

La macchina di Herlitzka non insegnava a manovrare un velivolo, ma era un test di orientamento e resistenza psicofisica, un banco di prova che anticipava i principi su cui sarebbero stati costruiti i simulatori moderni: ricreare le condizioni del volo senza i rischi del volo reale.

Questi primi simulatori furono usati in Italia durante la Grande Guerra e rappresentano una delle prime testimonianze di applicazione scientifica all’addestramento dei piloti. Non a caso l’esemplare Herlitzka è stato esposto in occasione della mostra ‘Le vie dell’aria’, come cimelio proveniente dall’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino.

Oggi possono sembrare oggetti rudimentali, eppure aprirono la strada a una disciplina che avrebbe cambiato radicalmente la formazione aeronautica. Negli anni Trenta, con il celebre Link Trainer, i simulatori avrebbero fatto il salto decisivo verso la riproduzione realistica del volo.

Ma la scintilla nacque durante la Prima guerra mondiale, quando imparare a pilotare un aereo significava ancora sfidare l’ignoto e quando perfino un telaio basculante poteva rappresentare la differenza tra un pilota idoneo e uno destinato a restare a terra. Probabilmente (anche se non ne ho notizia diretta) gli Assi italiani della Grande Guerra come Francesco Baracca, Silvio Scaroni o Pier Ruggero Piccio affrontarono quelle prime prove di orientamento, lasciando che il legno e le rotaie di quei macchinari anticipassero in silenzio le acrobazie che avrebbero poi inciso la loro leggenda nei cieli.

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Le immagini le ho raccolte grazie all’Ufficio Psico – Fisiologico dell’Aviazione – Sezione di Torino – L’Università di Torino nella Grande Guerra

The Flying Guru

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