Il 22 novembre 1962 FIAT rende pubblico un progetto ambizioso: sviluppare un nuovo velivolo da trasporto militare per rispondere al requisito NATO NBMR 22. Nasce così il G.222, un aereo destinato a segnare per decenni il trasporto tattico italiano. Il primo volo avviene il 18 maggio 1970 a Torino Caselle, mentre l’entrata in servizio operativo arriva nel 1978 con la 46ª Aerobrigata dell’Aeronautica Militare. Il progetto porta la firma di Giuseppe Gabrielli e attraversa una lunga evoluzione tecnica e industriale che coinvolge gran parte dell’industria aeronautica nazionale.

Dietro quella sigla c’è molto più di un semplice aereo. C’è il tentativo, inizialmente, di spingersi verso soluzioni estreme: una configurazione STOVL con getti di sostentamento, fusoliera a sezione quadrata e gondole alari complesse. Un’impostazione che viene poi abbandonata a favore di un velivolo più convenzionale, ma estremamente solido dal punto di vista operativo. Il risultato è un bimotore turboelica ad ala alta, con rampa posteriore e capacità STOL marcate, progettato per operare dove altri non arrivano.
Il G.222 si colloca in una categoria precisa: più compatto del Lockheed C 130 Hercules, ma con una filosofia simile. Il vano di carico è razionale, sfruttabile, e consente il trasporto di 44 passeggeri o 32 paracadutisti. L’equipaggio è composto da due piloti, uno specialista e un loadmaster. La vera differenza, però, è nella capacità di operare su piste corte, semi preparate, spesso al limite delle condizioni accettabili. Terra battuta, strip improvvisate, contesti logistici complessi: è qui che il G.222 costruisce la propria identità.
Non è un caso che il soprannome “Gigio” accompagni per anni il velivolo all’interno dell’Aeronautica Militare. Un nome informale per un aereo che, nella pratica operativa, diventa uno strumento essenziale. Dalle missioni umanitarie in Somalia e Libano fino alle operazioni in Timor Est, il G.222 viene impiegato in scenari dove la capacità di atterrare ovunque conta più delle prestazioni pure. A Dili, immersa nella giungla, è l’unico aereo in grado di mantenere il collegamento aereo durante la missione ONU INTERFET.
Nel corso degli anni il velivolo evolve anche sul piano tecnico. Nascono versioni dedicate: radiomisura per la calibrazione dei radio aiuti alla navigazione, guerra elettronica con il G.222VS, configurazioni antincendio per la Protezione Civile. Dopo le esperienze operative nei Balcani, viene sviluppato anche un aggiornamento avionico e di autoprotezione, segno di un adattamento continuo a scenari sempre più complessi.
Dal punto di vista industriale, il programma rappresenta uno dei primi esempi di cooperazione diffusa nel settore aeronautico italiano. FIAT, Aerfer, Salmoiraghi, Piaggio, SIAI Marchetti, Aermacchi e Alfa Romeo Avio partecipano alla costruzione del velivolo, in un contesto che porterà alla nascita di Aeritalia nel 1969. La produzione si sposta da Torino all’area napoletana, mentre il programma raggiunge un totale di 110 esemplari.
Anche l’export contribuisce a definire il profilo del G.222. Argentina, Venezuela, Nigeria, Libia, Thailandia e Stati Uniti entrano tra gli operatori. Negli USA, dieci esemplari vengono acquisiti nel 1990 con la designazione C 27A Spartan, un passaggio che anticipa direttamente l’evoluzione successiva del progetto. Non tutte le esperienze, però, risultano lineari. Il programma afghano, basato su velivoli ex Aeronautica Militare, si conclude con la radiazione anticipata degli aerei dopo problemi operativi e logistici.

Il legame tra G.222 e C 27J è diretto. Due cellule vengono utilizzate come banchi prova per la nuova versione: una per testare i motori Rolls Royce AE2100, l’altra convertita direttamente nella configurazione Spartan. Gli ultimi esemplari di produzione vengono completati direttamente come C 27J, segnando il passaggio tra due generazioni di trasporto tattico.
L’Aeronautica Militare impiega complessivamente 52 G.222. Dopo circa 167.000 ore di volo, il velivolo esce dalla linea operativa il 10 settembre 2005 con una cerimonia a Pisa. Restano attivi solo alcuni esemplari speciali, in particolare per missioni di guerra elettronica.

Oggi il G.222 rappresenta un passaggio chiave nella storia dell’aviazione militare italiana. Non è stato il più grande, né il più veloce, ma ha introdotto un concetto operativo preciso: portare capacità di trasporto tattico in contesti estremi, con margini ridotti e infrastrutture minime. Una filosofia che viene raccolta e sviluppata dal C-27J, ma che nasce qui, in un progetto degli anni Sessanta che ha saputo adattarsi per oltre tre decenni di servizio operativo.
The Flying Guru
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