Il giorno in cui l’Italia cadde sul ghiaccio

Alle 10:33 GMT del 25 maggio 1928, il dirigibile Italia urtò il pack a circa 100 chilometri a nord delle Svalbard. La cabina di comando si fracassò sulla banchisa; nel momento dell’impatto, l’aeronave, alleggerita improvvisamente del peso della cabina, risalì in quota e scomparve in pochi istanti, portando via sei membri dell’equipaggio che al momento del disastro si trovavano a bordo. Di loro non si seppe più nulla.

Sul pack rimasero intrappolati nove sopravvissuti, tra cui il comandante Umberto Nobile con una gamba e un braccio fratturati, e con loro la fox terrier Titina, che Nobile aveva l’abitudine di portare con sé anche nelle missioni più rischiose. Avevano a disposizione una radio HF portatile, sbalzata fuori dalla cabina durante l’incidente, con la quale tentarono ripetutamente di trasmettere un segnale di soccorso. L’SOS fu intercettato solo dopo nove giorni dalla catastrofe, il 3 giugno 1928, da un radioamatore russo vicino alla città di Arkangelesk, distante 1.900 chilometri. Nove giorni di silenzio sul ghiaccio, a oltre ottanta gradi di latitudine nord.

La spedizione del 1928 non era la prima avventura polare di Nobile. Il dirigibile Norge, ideato, costruito e comandato dallo stesso ingegnere campano, era stato il primo aerostato a sorvolare il Polo Nord, nel 1926, con a bordo anche l’esploratore norvegese Roald Amundsen. Quel volo aveva scritto la storia; il secondo avrebbe rischiato di cancellare il nome di Nobile dalla stessa storia che aveva contribuito a costruire.

Lo scopo dichiarato della missione del 1928 era scientifico: esperimenti nel campo dell’elettricità atmosferica, dell’oceanografia e del magnetismo terrestre. La spedizione era partita da Milano il 15 aprile con un equipaggio composto da tecnici, scienziati e giornalisti. Erano previsti cinque sorvoli dell’area polare; il terzo fu l’ultimo.

Ciò che trasformò un incidente aeronautico in una vicenda dai contorni politici e umani straordinari fu la catena di eventi successiva allo schianto. Nel tragico incidente del dirigibile Italia morirono in diciassette: otto membri dell’equipaggio e nove soccorritori, tra i quali lo stesso Amundsen, partito alla ricerca dei superstiti sebbene intrattenesse con Nobile rapporti tutt’altro che distesi. L’esploratore che aveva raggiunto entrambi i Poli della Terra morì cercando di salvare l’uomo con cui aveva condiviso il cielo artico due anni prima.

Il regime fascista, che aveva patrocinato la spedizione come vetrina di prestigio nazionale, gestì il salvataggio e il dopo con una logica esclusivamente propagandistica. La commissione d’inchiesta istituita nell’autunno del 1928 scaricò su Nobile la responsabilità dell’incidente; una ambizione sostenuta da carente organizzazione e scarsa preparazione era la formula che consentiva di liquidare l’uomo senza intaccare l’immagine dello Stato che lo aveva mandato sul ghiaccio. Nobile fu costretto a dimettersi dalla Regia Aeronautica.

Rimase in piedi la tenda rossa: il rifugio dei superstiti, che deve il suo nome alle strisce tracciate con l’anilina affinché i soccorsi potessero individuarla dall’aria. È oggi conservata al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, restaurata e visibile al pubblico. È un oggetto di tela e colorante che contiene, nella sua semplicità materiale, novantotto anni di storia dell’aviazione, dell’esplorazione polare e della politica italiana.

La storia tecnica del disastro non è mai stata del tutto chiarita. Le ipotesi sull’origine dello schianto oscillano tra un errore di assetto in fase di discesa, un guasto ai motori e condizioni meteorologiche deteriorate ben oltre le previsioni disponibili all’epoca. Nobile era un progettista di primo piano, autore tra l’altro del primo paracadute italiano nel 1918; la sua competenza tecnica non era in discussione. Ciò che mancò, probabilmente, fu la struttura organizzativa e logistica adeguata a un’impresa di quella complessità in un ambiente che non ammette margini di errore.

Novantotto anni dopo, la sua storia rimane un promemoria scomodo: le grandi imprese esplorative non falliscono per assenza di coraggio, ma per eccesso di ambizione rispetto alle risorse disponibili.

The Flying Guru

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