Il McDonnell Douglas MD-11F precipitato il 4 novembre a Louisville non era un aereo qualunque. Era un sopravvissuto di un’altra generazione: costruito nel 1991, lo stesso anno in cui l’Unione Sovietica si dissolveva. Con numero di serie 48417, faceva parte di una flotta che UPS aveva iniziato a ritirare gradualmente, ma che ancora oggi resta parte integrante delle sue operazioni cargo globali.
La domanda è inevitabile: perché nel 2025 un colosso come UPS fa ancora volare un aereo progettato negli anni Ottanta?
Una flotta anziana, ma ancora utile
Secondo i dati di Planespotters, l’età media della flotta cargo di UPS è di circa trent’anni. Dei 200 MD-11 prodotti e poi convertiti in cargo, oggi ne restano in servizio poco più di sessanta: 27 con UPS, 27 con FedEx e quattro con Western Global Airlines. Numeri che rendono evidente quanto il trireattore sia ormai una rarità nei cieli commerciali.
Il MD-11, evoluzione diretta del DC-10, debuttò all’inizio degli anni Novanta promettendo autonomia e capacità di carico superiori, ma si rivelò fin da subito un progetto complicato. I consumi elevati e le difficoltà di pilotaggio ne limitarono il successo nel trasporto passeggeri. L’ultimo volo commerciale fu operato da KLM nel 2014.
Nel settore cargo, invece, il velivolo ha trovato un suo equilibrio: un compromesso efficace tra capacità, autonomia e costi operativi, specie su rotte intercontinentali dove le prestazioni contano più dell’efficienza assoluta.
Un aereo difficile da domare
L’MD-11 è sempre stato un velivolo impegnativo da gestire. La lista di incidenti in fase di atterraggio o decollo è lunga e in gran parte legata alla sua aerodinamica particolare. Nel 2011 il National Transportation Safety Board (NTSB) pubblicò un rapporto che segnalava tredici “hard landing” tra il 1994 e il 2010, attribuendoli in parte a errori dei piloti ma anche alle reazioni brusche e poco prevedibili dell’aereo.
UPS aveva già perso un MD-11F nel 2016, durante l’atterraggio a Dubai. In totale, il modello ha registrato undici incidenti mortali con 244 vittime. Il suo predecessore, il DC-10, ne conta trentadue con oltre 1.260 morti: un’eredità pesante che ha inciso profondamente sulla reputazione dei trireattori civili.
Perché continuare a volare
La risposta è soprattutto economica. UPS ha in corso un programma di rinnovo della flotta con il Boeing 767-300F, destinato a restare in produzione fino al 2027. Ma il 767, pur più moderno, offre prestazioni inferiori per capacità di carico e autonomia. Nel 2022 la compagnia ha aumentato gli ordini fino a superare le cento unità, di cui novantotto già consegnate. I tempi di produzione rallentati e la domanda di trasporto aereo in costante crescita, però, rendono inevitabile l’uso prolungato degli MD-11F.
In un mercato globale dove il traffico merci è tornato a crescere e le catene di fornitura faticano a stabilizzarsi, ritirare un aereo funzionante è un lusso che pochi operatori possono permettersi.
L’eredità McDonnell Douglas
Il destino del MD-11 è anche la storia del declino di McDonnell Douglas: un’azienda che negli anni Sessanta costruiva capolavori come l’F-4 Phantom e l’F-15 Eagle, ma che negli anni Novanta finì schiacciata da scelte commerciali più che ingegneristiche.
Molti analisti vedono in quella cultura aziendale – centrata sul marketing e sul contenimento dei costi, la causa non solo della fine della McDonnell Douglas ma anche di parte dei problemi che, dopo la fusione con Boeing nel 1997, avrebbero segnato gli anni successivi dell’aviazione civile americana.
Oggi, la somiglianza tra l’incidente di Louisville e quello del volo American Airlines 191 del 1979, anch’esso dovuto al distacco di un motore da un DC-10, riporta alla mente quella fragilità strutturale e culturale. Allora morirono 273 persone.
L’MD-11F di UPS era uno degli ultimi testimoni di quell’epoca. Un aereo difficile, efficiente ma mai davvero domato, che ha continuato a servire per decenni in un ruolo che il progresso non è ancora riuscito a sostituire del tutto.
The Flying Guru
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